Want to create interactive content? It’s easy in Genially!
IMPERATORI DI ROMA
marysun05
Created on April 20, 2021
Start designing with a free template
Discover more than 1500 professional designs like these:
View
Modern Presentation
View
Terrazzo Presentation
View
Colorful Presentation
View
Modular Structure Presentation
View
Chromatic Presentation
View
City Presentation
View
News Presentation
Transcript
GLI IMPERATORI DI ROMA
La grandezza di Roma nasce sicuramente dal fortissimo desiderio di conquista, da congiure, alla voglia di potere e allo stesso tempo dall'architettura e dall'ingegneria. Tutto questo appena citato sottolinea il mondo e certifica Roma come "la città eterna". Sono stati davvero tanti i grandi Imperatori che hanno governato Roma nel corso dei tanti secoli
« Roma è la capitale del mondo! In questo luogo si riallaccia l'intera storia del mondo, e io conto di essere nato una seconda volta, d'essere davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede a Roma. Le sue bellezze mi hanno sollevato poco a poco fino alla loro altezza. » (Johann Wolfgang von Goethe, Italienische Reise, 1813-1817)
Basic guide to create an awesome presentation
TEODOSIO
Teodosio arrivò al trono nel 379, un anno dopo la sconfitta ad Adrianopoli dell'esercito romano da parte dei Visigoti e in cui lo stesso imperatore Valente era stato ucciso in battaglia. Teodosio fu scelto per regnare l’Oriente da Graziano (378-383). Il suo governo fu caratterizzato da riforme religiose e dai rapporti con i Goti. Egli si accordò con i Visigoti, consentendo loro di potersi stabilire entro i confini romani, nella Mesia (corrispondente all'incirca all'attuale Serbia e Bulgaria) con lo status di foederati, cioè di alleasti dell'Impero; successivamente riuscì a pacificare l'Impero, dove in Occidente continuava la lotta fra gli usurpatori ed i pretendenti alla corona, restano così il solo capo dell'Oriente e dell'Occidente
Grazie a Teodosio, l'Impero si trovò riunito nelle mani di un unico sovrano, potendo godere così di un lungo periodo di pace interna. La figura di Teodosio ebbe anche riflessi religiosi, poiché gli usurpatori contro cui in Occidente avevano trionfato si appoggiavano all'elemento pagano, mentre la lotta di Teodosio era anche una lotta per diffondere e consolidare il Cristianesimo. Infatti, per eliminare le ultime resistenze del paganesimo, emise l'Editto di Tessalonica, che prevedeva delle pene contro le pratiche religiose diverse dal Cristianesimo. Nonostante questo,la regione pagana continuava a sopravvivere nei villaggi più remoti e fra la popolazione più rozza.
Poiché i villaggi in latino si chiamavano pagi, il termine paganus (significa abitanti dei villagi) passò ad indicare i pagani, cioè coloro che adoravano degli idoli . Nel 381 convocò il concilio di Costantinopoli con cui fu ribadita la condanna dell'arianesimo, già avvenuta nel concilio di Nicea e al vescovo di Roma fu riconosciuta la supremazia su tutti gli altri vescovi, nonostante le resistenze dei patriarchi orientali.
Con Teodosio, anche l'esercito acquistò una nuova forma: sempre più numerose erano le tribù barbare che venivano arruolale all'interno dell'esercito romano come mercenari stranieri in cambio di ricompense in denaro o in natura, esonerando così i coloni dal servizio militare. Per quanto riguardano i rapporti con i Goti, nel 382 Teodosio gli concesse di stanziarsi come federati all’interno dei confini dell’impero romano, nella Mesia lungo il basso Danubio. Ai Visigoti fu riconosciuta completa autonomia e questo causò malcontento tra i Romani, mentre a Tessalonica il popolo si ribellò e uccise uno dei loro generali. L’imperatore, temendo la rivolta dei Goti, decise di mandare i suoi stessi soldati a punire il popolo. Furono uccisi migliaia di cittadini e l’evento fu chiamato disastro di Tessalonica (390).
Dato che i Tessalonicesi erano cattolici mentre i Visigoti ariani, il vescovo di Milano Ambrogio, una figura che si seppe imporre all’epoca, trattò Teodosio come nemico della Chiesa e gli impose di fare penitenza pubblica. Teodosio ubbidì dando segno che non pretendeva di dominare la Chiesa ma che ne riconosceva la superiorità nella vita spirituale. Stavano per avvenire grandi cambiamenti nel rapporti tra Stato e Chiesa. Un esempio ci è fornito dai Visigoti, comandati dal re Alarico a cui in compenso del servizio militare a favore dei Romani, l'imperatore concedeva l'hospitalitas,ovvero il diritto di appropriarsi di un terzo delle case e delle terre dove essi si stanziavano. In questo modo, intere porzioni del territorio romano passarono sotto il controllo di popolazioni barbariche e quindi primitive. Col tempo, addirittura, gli alti gradi dell'esercizio furono ricoperti da barbari la cui presenza era anche frequente negli ambienti di corti. Alla morte di Teodosio, l'Impero fu diviso in Occidente ed Oriente e da quel momento le due parti dell’impero non si riuniranno più soprattutto a causa della loro diversità: fra i due figli, Arcadio e Onorio, ognuno dei quali aveva a fianco un primo ministro e comandante supremo di origine barbarica, il goto Rulino in Oriente e il vandalo Stilicone in Occidente. La parte orientale era più sviluppata e solida mentre quella occidentale si stava impoverendo e divenne facile preda dei barbari.
AURIELANO
ORIGINI Aureliano, secondo i più, nacque da un colono e da sua moglie la sacedotessa del Sol Invictus nei pressi di Sirmio, nel 214 d.c. secondo altri nella Dacia Rivierasca. Sembra pertanto che avesse adottato il nome di sua madre perchè più illustre. Di lei Callicrate di Tira scrisse che litigando con l'inetto marito urlasse: "Ecco il padre di un imperatore!", il che dimostrerebbe una sua capacità di preveggenza. Ma ci furono, si racconta, altri presagi. Quando chiese un cavallo, dato che in quella città erano vietati i veicoli, gli fu portato un cavallo dell'imperatore e lui ci salì, ma conosciutane la proprietà cambiò cavalcatura. Da ambasciatore in Persia, gli diedero la coppa sacrificale che i re di Persia offrivano all'imperatore, su cui era inciso il Sole identico a quello del tempio dove sua madre era sacerdotessa. Gli diedero anche un elefante mastodontico, che poi donò all'imperatore. Un giorno, entrando in Antiochia su un cocchio, perchè ferito non riusciva a sedersi, una bandiera purpurea, esposta in suo onore, gli cadde ammantandogli le spalle. ASPETTO E PERSONALITÀ' Aureliano era un bell'uomo, di notevole altezza, garbato e affabile, magro, con un volto regolare, molto calmo e non indulgente all'ira, forte nella volontà e la disciplina e tanto veloce nello snudare la spada che era stato soprannominato "Mano alla spada". LE GESTA Da soldato compì molte gesta. Per esempio, lui e trecento uomini della sua guarnigione da soli bloccarono i sarmati che invadevano la provincia illirica. Si narrò che i soldati componessero un canto per lui: "Mille, mille, mille ne decapitammo" Con uno solo, mille ne decapitammo Mille ne berrà, ché mille ne ha uccisI
Nessuno ha mai avuto tanto vino quanto sangue lui ha versato" A Magonza, tribuno della Sesta Legione, la Gallica, fermò un'invasione dei Galli, ne uccise trecento e ne catturò settecento che poi furono venduti come schiavi: "Mille sarmati e mille franchi Ancora ancora, uccidiamoli Mille persiani ora cerchiamo" Anni dopo Aureliano passò per Antiochia per un'ambasceria in Persia, dove ci fu l'episodio della coppa. Si trovò poi in Gallia nel 256, insieme a Gallieno successivamente assunse, in assenza del comandante, la responsabilità della difesa del Basso Danubio, battendo gli invasori Goti. Era severissimo nelle punizioni: ad un soldato che aveva violentato la donna che lo ospitava lo punì facendolo legare alle cime in tensione di 2 alberi, morì squartato. In una sua lettera raccomandava a un sottoposto: "Se vuoi diventare tribuno, o piuttosto se vuoi rimanere in vita, tieni sott'occhio le mani dei tuoi soldati. Nessuno deve rubare le galline di un altro o toccare la sua pecora. Nessuno deve procurarsi in qualche modo più uva, grano, olio, sale o legna: tutti devono accontentarsi della propria razione. Devono procurarsi da vivere con i bottini requisiti ai nemici, non con le lacrime dei provinciali. Le armi devono essere pulite, gli accessori in ordine e gli stivali ben cuciti. Le nuove uniformi devono sostituire quelle vecchie. I soldi vanno nella borsa, non nelle case di tolleranza.
Facciamogli portare i loro collari, i braccialetti e gli anelli. Ma devono prendersi cura del proprio cavallo e del proprio bagaglio, nessuno deve vendere il foraggio destinato al cavallo, tutti si devono prendere cura del mulo della compagnia. Devono ubbidire come militari e non come schiavi, possono ricevere gratuitamente le prestazioni del medico e non devono pagare le predizioni dell'indovino. Che tengano un comportamento decoroso quando alloggiano presso i privati. Chi fa una rissa dev'essere frustato."
Dopo aver assicurato l'unità dell'Impero, Aureliano riorganizzò l'economia e ne rafforzò il potere centrale. Rese dipendenti dallo stato gli armatori navali e altri collegi professionali d'importanza generale e attuò una riforma monetaria cercando di frenare la svalutazione della moneta, agendo principalmente su due leve: sul valore dei nominali e sull'organizzazione delle zecche, che si erano affiancate a quella principale di Roma. Aureliano intervenne sul piano religioso con l'introduzione del culto del Sol invictus, una divinità originaria di Palmira, identificata con il dio Mitra, molto popolare fra i soldati. Questa devozione ufficiale rafforzò il potere imperiale, in quanto il culto solare venne identificato con quello dell'Imperatore. Elevò una cinta muraria attorno a Roma, che ne prese il nome.
LA BATTAGLIA DI ANTIOCHIA Intanto i Palmireni, che avevano ormai occupato le province dell'Egitto e di tutto l'Oriente, volevano occupare la Bitinia, ma Aureliano marciò contro di loro sconfiggendoli in ogni battaglia fino ad Antiochia dove l'aspettava Zenobia col suo potente esercito. Aureliano fece allora finta di ritirarsi più volte, poi quando sì accorse che i nemici erano spossati dal peso delle armature e non ce la facevano più ad inseguirli, li attaccò in massa uccidendone molti. I superstiti si rifugiarono ad Antiochia ma Zabdas, il generale di Zenobia, temette che i cittadini, saputa la vittoria di Aureliano, lo assalissero. Per cui vestì un tale da imperatore e divulgò di averlo fatto prigioniero, poi di notte uscì con la regina. Quando Aureliano entrò in Antiochia fu accolto caldamente dai cittadini. LA CLEMENZA DI AURELIANO Saputo che i partigiani di Zenobia erano fuggiti, Aureliano fece un proclama che assicurava il perdono, poi andò a Emesa dove c'era Zenobia che l'aspettava con i soldati su un colle. Aureliano ordinò ai soldati di accostare gli scudi per formare una falange, e di risalire il colle, e lì sconfissero nuovamente i nemici. LA BATTAGLIA DI EMESA Aureliano si diresse alla piana di Emesa accampandosi davanti all'esercito dei Palmireni, che disponevano di un contingente molto superiore al suo. Di nuovo usò la tattica del fuggire e farsi inseguire, ma furono presto sopraffatti. Per forza di cose passò all'attacco e vinse di nuovo. Zenobia col suo esercito tornò allora alla capitale Palmira ma Aureliano la cinse d'assedio. Zenobia tentò di fuggire per chiedere aiuto ai Persiani ma fu catturata e portata ad Aureliano che si impadronì delle ricchezze della città e perdonò i cittadini che deposero le armi. Aureliano tornò in Europa, portando con sé i prigionieri tra cui Zenobia e il figlio. I prigionieri annegarono, Zenobia morì di malattia o di fame. Mentre era sulla via del ritorno però l'imperatore seppe che alcuni Palmireni sobillavano Marcellino, prefetto della Mesopotamia perché si proclamasse imperatore. Marcellino informò Aureliano, ma i Palmireni, fatta indossare la porpora ad Antioco, trattennero Marcellino in città. Aureliano tornò a Palmira che riprese senza combattere, perdonò Antioco e tornò a Roma.
Costruì anche il tempio del Sole e lo ornò magnificamente con le offerte di Palmira, collocandovi le statue del Sole e di Belos. Secondo un'altra versione Aureliano, colpito dalla sua bellezza e dignità e dal desiderio di grazia, liberò Zenobia e le concesse un elegante villa a Tibur (Tivoli, Italia). Si suppone che sia vissuta nel lusso e divenne una filosofa influente, oltre che una socievole matrona romana. Si racconta che alcuni romani rimproverarono benevolmente Aureliano di essersi lasciato sedurre da una donna, al che Aureliano avrebbe risposto. "Si, ma che donna!" LA MORTE Mentre l'imperatore si trovava a Perinto, un complotto di Pretoriani lo assalì fuori città e lo uccise nel 275. Il suo esercito lo seppellì in quello stesso luogo e gli rese grandi onori. Fu ucciso così uno degli ultimi imperatori romani, lungimiranti, geniali nel comando e capaci di restaurare la forza dell'impero, a causa della stupidità e dell'avidità dei pretoriani e/o di chi li aveva istigati.
VALERIANO
Publio Licinio Valeriano (in latino: Publius Licinius Valerianus;200 circa – Bishapur, dopo il 260) è stato un imperatore romano. Regnò dal 253 al 260. È il primo esponente della Dinastia valeriana. Dopo la sua ascesa al trono associò suo figlio Gallieno al potere, prima come Cesare e poi come Augusto, nominando a sua volta il secondogenito, Valeriano il giovane, Cesare.Il suo governo fu caratterizzato dai continui tentativi di sconfinamento di popoli alle frontiere danubiane e renane, ma anche in Numidia e sul confine sasanide la situazione era tutt'altro che tranquilla. Proprio mentre stava conducendo operazioni militari contro i Persiani Sasanidi nel confine orientale dell'Impero romano, fu fatto prigioniero durante la battaglia di Edessa, in Mesopotamia, nel 260 dal re Shapour I (Sapore I) dei Sasanidi e morì prigioniero qualche tempo dopo. Il regno di Valeriano, in particolare la sua seconda parte, è descritto da pochissime fonti, per lo più frammentarie; la cronologia si basa sulla sua data di morte, tradizionalmente assunta essere il 260.
Infatti, la morte in battaglia di un comandante, pur essendo un evento tragico, si metteva nel novero delle possibilità e morire combattendo non aveva nulla di disonorevole; ma purtroppo ben diverso fu il destino di Valeriano. Egli non solo fu sconfitto, ma gli venne negato l’onore della morte sul campo: morì prigioniero senza possibilità di essere riscattato, un’onta che gli avversari del figlio (e imperatore superstite) Gallieno non esitarono a mettere in risalto. In effetti, da questo punto di vista la vittoria persiana rappresentò un trionfo al contrario in cui non erano più i re nemici di Roma a sfilare in catene, ma un imperatore romano. La forza simbolica di questo evento fu considerevole, perché l’imperatore incarnava Roma e con Valeriano Roma era venuta a trovarsi in catene e umiliata. Origini Familiari Valeriano apparteneva a una famiglia dell'aristocrazia senatoriale italica; era sposato probabilmente con Mariniana e aveva un figlio, Gallieno. Carriera Modifica Secondo la spesso inaffidabile Historia Augusta, nel 238, in quanto princeps senatus, negoziò il riconoscimento da parte del Senato di Gordiano I. Sempre la Historia Augusta racconta come, nel 251, l'imperatore Decio volle ripristinare la carica di censore conferendole i poteri civili dell'imperatore, e chiese al Senato di proporre un suo membro per la carica; i senatori scelsero all'unanimità Valeriano, cui Decio offrì la censura, ottenendo un rispettoso rifiuto.
La questione dell'attendibilità di questo racconto è dibattuta, ma pare certo che Valeriano abbia ricoperto importanti funzioni amministrative sotto Decio.Considerando che quando Decio partì per l'infausta campagna contro i Goti portò con sé il figlio maggiore Erennio Etrusco e lasciò a Roma la moglie e il figlio minore e l'adolescente Ostiliano, si può ragionevolmente ritenere che Valeriano, dall'alto della sua funzione, agì da reggente fino alla morte di Decio ed Erennio e all'ascesa al trono di Treboniano Gallo. Durante la campagna gotica di Decio, a Roma si ribellò Giulio Valente Liciniano, ma Valeriano soffocò rapidamente questa usurpazione.
Fu Treboniano Gallo a nominare Valeriano governatore della Rezia, o quantomeno comandante delle truppe lì stanziate.
Ascesa al trono (253) Lo stesso Treboniano Gallo chiese poi aiuto a Valeriano nel 253, nominandolo governatore della Rezia, quando Emiliano, proclamato imperatore dalle truppe danubiane, marciò contro l'Italia. Valeriano marciò verso sud dalla Rezia, portando con sé le truppe renane, ma non fece in tempo a salvare Gallo, sconfitto da Emiliano e ucciso dai propri uomini; le truppe di Valeriano, però, rifiutarono di riconoscere il vincitore e acclamarono il proprio generale imperatore. Nel tardo luglio/metà settembre 253, gli eserciti di Valeriano ed Emiliano si scontrarono, ma i soldati di Emiliano decisero di abbandonarlo e lo uccisero forse a Spoleto presso un ponte, detto dei Sanguinarii, o in una località tra Oricolum e Narnia. Contemporaneamente, una nuova ondata di Goti, Borani, Carpi ed Eruli aveva portato distruzione fino a Pessinunte ed Efeso via mare, e poi via terra fino ai territori della Cappadocia.Ne approfittarono anche le armate dei Sasanidi di Sapore I, che provocarono un contemporaneo sfondamento del fronte orientale, penetrando in Mesopotamia e Siria fino ad occupare la stessa Antiochia (fine del 252-inizi del 253).
IL REGNO Il Senato romano fu, presumibilmente, soddisfatto nel ratificare la nomina di un elemento della propria classe. Queste difficoltà costrinsero il nuovo imperatore, a spartire con il figlio Gallieno l'amministrazione dello Stato romano in qualità di Cesare,affidando a quest'ultimo la parte occidentale e riservando per sé quella orientale, come in passato era già avvenuto con Marco Aurelio e Lucio Vero (161-169).Quando Valeriano giunse a Roma, preferì innalzare il figlio al rango di co-Augusto,nominando a sua volta il secondogenito, Valeriano il giovane, Cesare. All'epoca della crisi del III secolo, la pratica di associare il proprio figlio al trono non era sconosciuta, ma nei casi precedenti (da Massimino Trace ed il figlio Massimo, a Filippo l'Arabo e Severo Filippo, Decio ed Erennio Etrusco, Treboniano Gallo e Volusiano, con la sola eccezione, di Gordiano I e Gordiano II), il Cesare o co-Augusto associato al trono era sempre stato molto più giovane dell'imperatore principale, dimostratosi sempre incapace di reggere il potere da solo. Nel caso invece di Valeriano e Gallieno, oltre a vantaggi dinastici, l'aver associato il figlio adulto al trono del padre, permise di avere due imperatori che collaboravano tra loro ed in grado di governare ciascuno di la sua pars Imperii, dando all'agire imperiale doppio vigore.
Così Valeriano e Gallieno dimostrarono subito di avere intenzione di arginare le continue incursioni a settentrione ed in Oriente, partendo appena gli fu possibile per le rispettive destinazioni, Gallieno in Occidente e Valeriano in Oriente. Tra i suoi atti amministrativi, prima di raggiungere il fronte orientale, vi fu la divinizzazione della moglie Mariniana e l'istituzione della rotazione annuale alla carica di praefectus urbi. Un grosso merito che ebbe Valeriano, fu quello di far promuovere validi generali come Claudio il Gotico, Ingenuo, Regaliano, Postumo, Macriano ed Aureolo, tutti militari di carriera, e metterli in ruoli chiave per la protezione delle frontiere imperiali, che in seguito giunsero all'impero.
STILICONE
Flavio Stilicone (365 ca.- 408 d.C.) fu sicuramente uno dei personaggi di maggior spicco dell’epoca cosiddetta “tardo-antica”: non per nulla fu oggetto privilegiato degli studi di uno dei più noti interpreti di questo affascinante periodo, il grande storico Santo Mazzarino Stilicone, figlio di un comandante di cavalleria, entrò giovanissimo nell’esercito. Nel 383-384 l’imperatore Teodosio lo inviò come ambasciatore alla corte persiana per negoziare la pace e la spartizione dell’Armenia. La missione ebbe successo e tornato a Costantinopoli lo nominò comes domesticorum e gli diede in moglie la nipote Serena. Nel 385 Stilicone fu nominato magister militum per la Tracia. Si distinse poi nelle guerre contro i Pitti e gli Scoti in Britannia; contro i Germani sul Reno e contro l’usurpatore Flavio Eugenio. Teodosio lo nominò quindi comandante supremo dell’esercito. Nel 395, alla morte dell’imperatore Teodosio, l’Impero fu diviso tra i suoi due figli: Arcadio (395-408) ebbe la parte orientale; Onorio (395-423) quella occidentale. In considerazione della loro giovane età – Arcadio aveva diciotto anni e Onorio appena undici – il padre Teodosio li aveva affidati a Stilicone. .
Subtitle
L’autorità di Stilicone si esercitò in realtà soltanto su Onorio, perché Arcadio, sobillato dai funzionari orientali, manifestò subito di voler seguire una politica indipendente. Stilicone, poi, si legò a Onorio con vincoli di parentela, dandogli in moglie la figlia Maria e, dopo la morte di questa, la figlia minore Termanzia
I suoi sforzi per mantenere l’unità dell’Impero incontrarono subito la diffidenza e l’ostilità della corte di Costantinopoli, dominata dal prefetto del pretorio Rufino, geloso del suo potere e insofferente di ogni sua ingerenza negli affari di Oriente. La situazione precipitò quando i Visigoti di Alarico invasero la Prefettura del pretorio dell’Illirico (una delle quattro prefetture del pretorio in cui era diviso l’Impero di Roma Stilicone, accorso a difenderla, si vide imporre da Arcadio di tornare indietro e di restituire le truppe orientali ancora ai suoi ordini. Stilicone obbedì. Nel 397, l’imperatore d’Oriente Arcadio venne a patti con Alarico, dichiarò Stilicone nemico pubblico e, per di più, gli suscitò la rivolta di Gildone in Africa. Alarico riuscì però a domarla. Nel 401 Alarico invase l’Italia. Stilicone lo ricacciò, dopo averlo battuto a Pollenza (402) e a Verona (403). Fedele alla sua politica moderata non annientò il nemico e consentì ai Visigoti di rientrare nelle loro terre lungo il Danubio. Ciò avvenne perché Stilicone riteneva che essi potevano rappresentare in futuro una risorsa militare su cui contare per contrastare invasioni ancora più pericolose, come quelle degli Unni, che si stavano progressivamente avvicinando. Ma gli avversari di Stilicone lo accusarono di essere un traditore e di non aver voluto annientare i nemici unicamente perché era un barbaro come loro.
L’accusa era pretestuosa ma molti la ritennero credibile. Nel 405-406 gli Ostrogoti invasero l’Italia: Stilicone li fermò a Fiesole. Dodicimila soldati dell’esercito ostrogoto furono arruolati nell’esercito romano, mentre il resto fu ridotto in schiavitù. L’anno successivo, la più grande coalizione di popoli germanici mai formatasi sfondò il Reno. Molte popolazioni germaniche, tra cui i Vandali, i Burgundi e i Suebi, dilagarono in Gallia, raggiungendo di lì a pochi anni la Spagna Furono vere e proprie migrazioni di popoli, perché non comprendevano solo i guerrieri ma tutta la popolazione, con le proprie cose. A metterli in moto furono proprio gli Unni che premevano alle loro spalle. Di fronte alla terribile minaccia che gravava sull’Occidente, sembrava naturale che la parte orientale dell’Impero garantisse il suo prezioso sostegno. Ma non fu così. Intanto l’opinione pubblica pretendeva da Stilicone – sempre più solo e osteggiato – vittorie immediate e decisive. Anche la corte occidentale divenne allora favorevole a una politica di intransigenza verso i germani Il 22 agosto 408 Flavio Stilicone venne decapitato. Suo figlio Eucherio venne assassinato il giorno dopo, mentre sua figlia Termanzia, moglie di Onorio, venne ripudiata e allontanata dalla corte.
La morte di Stilicone e la politica di intransigenza intrapresa fecero precipitare i rapporti con i Visigoti, che calarono nuovamente in Italia guidati da Alarico e sottoposero Roma a tre giorni di saccheggio: era il 24 agosto 410. Era il primo sacco subito da Roma dopo quello compiuto dai Galli ottocento anni prima Esso viene rappresentato insieme alla moglie e al figlio in uno dei capolavori artistici della cosiddetta RINASCENZA TEODOSIANA e cioè il cosiddetto Dittico di Stilicone conservato oggi nel museo del duomo di Monza. * Il dittico di Stilicone Si tratta di un dittico d’avorio alto cm. 32, 5 e largo cm. 16, le cui tavolette sono incorniciate da una sottile struttura architettonica: le figure umane spiccano per quella “frontalità” – tipica di questo periodo – Sulla destra c’è Stilicone, con una tunica ricamata e con tanto di scudo, lancia e spada, a ricordare la sua funzione di magister militum. Sulla sinistra c’è Serena, riccamente ingioiellata e pettinata con un ampio chignon; nella mano destra reca una rosa. E accanto a lei troviamo Eucherio, pettinato e agghindato in modo simile al padre; invece delle armi reca una tavoletta, forse la precoce nomina avvenuta nel 395 a tribunus e notarius. È presumibile che l’oggetto, di eccelsa fattura, sia stato realizzato come “gadget” celebrativo in occasione della nomina a console di Stilicone nel 400 d.C., esaltata anche dai versi del poeta Claudiano, che del generale fu uno dei maggiori estimatori.
L’accusa era pretestuosa ma molti la ritennero credibile. Nel 405-406 gli Ostrogoti invasero l’Italia: Stilicone li fermò a Fiesole. Dodicimila soldati dell’esercito ostrogoto furono arruolati nell’esercito romano, mentre il resto fu ridotto in schiavitù. L’anno successivo, la più grande coalizione di popoli germanici mai formatasi sfondò il Reno. Molte popolazioni germaniche, tra cui i Vandali, i Burgundi e i Suebi, dilagarono in Gallia, raggiungendo di lì a pochi anni la Spagna Furono vere e proprie migrazioni di popoli, perché non comprendevano solo i guerrieri ma tutta la popolazione, con le proprie cose. A metterli in moto furono proprio gli Unni che premevano alle loro spalle. Di fronte alla terribile minaccia che gravava sull’Occidente, sembrava naturale che la parte orientale dell’Impero garantisse il suo prezioso sostegno. Ma non fu così. Intanto l’opinione pubblica pretendeva da Stilicone – sempre più solo e osteggiato – vittorie immediate e decisive. Anche la corte occidentale divenne allora favorevole a una politica di intransigenza verso i germani Il 22 agosto 408 Flavio Stilicone venne decapitato. Suo figlio Eucherio venne assassinato il giorno dopo, mentre sua figlia Termanzia, moglie di Onorio, venne ripudiata e allontanata dalla corte.
DIOCLEZIANO
LA NASCITA Diocleziano nacque nel 237 sulla costa dalmata, forse a Salona. Fu chiamato Diocles, e ricevette una sommaria educazione letteraria con un certo senso di pietas romana, cioè la tollerante religiosità dei Romani unita a un profondo senso di onestà e giustizia. Sposò Prisca da cui ebbe la figlia Valeria, ambedue ritenute cristiane. Dal 275 al 285 d.c. a Roma si succedettero una serie di imperatori che vennero eliminati violentemente uno dopo l'altro. Le rivolte non venivano dai barbari o dai partiti che Roma combatteva ma dagli stessi militari, all'interno di quell'esercito che era romano solo formalmente, perchè dentro c'era di tutto. I militari chiesero una paga sempre più alta e l'acclamazione degli imperatori dipendeva dalle loro donazioni in oro. Così i generali romani divennero tra loro rivali del trono aprendo le guerre civili. Ne approfittarono Franchi, Alemanni, e Goti, e ad ovest i Sassanidi Persiani per invadere i confini, dando il via a un triste periodo di guerre interne ed esterne, finché non giunse al potere Diocleziano. Egli aveva fin da giovanissimo seguito la carriera militare, percorrendola fino ai più alti gradi, distinguendosi per coraggio, prudenza e metodo; era stato console sotto Probo, poi governatore della Mesia. Nel 282, sotto Caro imperatore, fu nominato comandante della cavalleria e dei pretoriani. Nel 283 ottenne il Consolato. Sembra che una veggente, gli avesse predetto da giovane che sarebbe stato imperatore il giorno che avesse ucciso un cinghiale (aper). In effetti era arrivato alla corona quando, al cospetto delle legioni, uccise a Nicomedia quell'uomo che del cinghiale portava il nome (Apro). La personalità e l'impero di Diocleziano sono sempre stati punti oscuri e controversi fra gli storici, per la complessità dei suoi tempi e delle fonti. Ma proprio questo ne stimola il fascino.
L'ASCESA AL POTERE « Diocleziano fu scaltramente costumato, inoltre sagace e d'ingegno assai sottile e tale che voleva saziare la sua severità con l'altrui invidia. Principe diligentissimo però e assai solerte e che primo introdusse nell'impero Romano forme più degne delle usanze regali che della libertà Romana e si fece adorare mentre prima di lui tutti ricevevano un saluto. » (Eutropio, Breviarium historiae Romanae, IX.26) Nel 284 d.c., dopo l'assassinio di Caro, prima Numeriano poi Apro si fecero acclamare imperatori, ma il primo morì in circostanze misteriose e il secondo, accusato di averlo assassinato, da imperatore campò poche ore. Carino rimase imperatore nell' ovest, ma Diocle fu acclamato imperatore sostituendo Numeriano. Nel 285 anche Carino morì e Diocleziano rimase padrone dell'impero. Così Caio Aurelio Valerio, illirico, da Diocle, sua patria, prese il nome di Diocleziano. Diocleziano aveva 37 anni, con esperienza degli uomini, ormai maturo e riflessivo. Dopo la battaglia del Margus, in cui la vendetta di un ufficiale gli aveva data la vittoria (l'ufficiale aveva ucciso Carino vendicandosi per avergli violentato la moglie) Diocleziano si dimostrò magnanimo coi sostenitori di Carino: nessuno fu toccato o rimosso dalle cariche e lo stesso Aristobulo, prefetto del pretorio e creatura della Curia, rimase al consolato. Se però all'interno aveva ottenuto pace, all'esterno c'erano serie minacce. Elpidio Achille fomentava la rivolta ad Alessandria; in Egitto minacciavano l'invasione i Blemmi; nella Numidia le tribù dei Bavari e dei Quinquangentanei razziavano il paese; nella regione danubiana Sarmati e Germani varcavano i confini; i Franchi invadevano i paesi del Reno, e le coste galliche del nord erano infestate dai pirati sassoni; in Gallia i Bagaudi saccheggiavano le campagne per ricostituire l' impero gallico.
LA TETRARCHIA DI DIOCLEZIANO Diocleziano stabilì allora di dare all'impero una tetrarchia di governo, con due imperatori (Augusti), di cui uno più anziano e di maggiore autorità, e in sottordine due Cesari. Morto un imperatore, doveva succedergli il suo Cesare il quale, divenuto Augusto doveva nominarsi, a sua volta, un Cesare. I due Cesari, al pari dei due Augusti, dovevano avere la potestas tribunicia e l' imperium, ma non il potere legislativo, e potevano batter moneta e comandare eserciti in nome degli imperatori di cui erano luogotenenti con diritto alla successione.
Il Cesare che Diocleziano si scelse fu il dace Valerio Galerio, soldato rude e violento nativo di Sardica; quello di Massimiano fu Flavio Costanzo, detto Cloro per il suo pallore, originario della Dardanica, che discendeva da Claudio il Gotico ed era colto e mite. Nel 293 i due Cesari ebbero le insegne, il primo a Nicomedia e il secondo a Milano. Per rinsaldare i vincoli, Galerio sposò Valerla, figlia di Diocleziano, Costanzo Cloro (già padre di Costantino avuto da una Giulia Elena di Bitinia) divenne marito di Teodora, figliastra di Massimiano. ● Galerio ebbe il governo delle province illiriche, della Macedonia, della Grecia e di Creta con sede a Sirmio, ● Costanzo quello della Gallia e della Britannia con residenza a Treveri. ● Massimiano l' Italia, la Rezia, la Sicilia, la Sardegna e l'Africa,
● Diocleziano prese l'Egitto e la Libia insieme alle province d'Asia.
. LE RIFORME La tetrarchia dunque, grazie a Diocleziano, assicurò la pace sperata, così l'imperatore si occupò di riforme. ● Passò le antiche attribuzioni del Senato al Concistorium principis con tutte le questioni di carattere legislativo. ● L'ordinamento provinciale venne mutato, dal lato territoriale e dal lato amministrativo, e il potere civile venne diviso dal potere militare. Ogni provincia aveva un praeses, un governatore civile, ed uno o più duces per il comando delle truppe. ● Portò il numero delle province da 57 a 96, creando gruppi di province, dette diocesi, governate da vicari. Si formarono così nel 297, 12 diocesi, 5 in Oriente e 7 in Occidente. ● Lasciò le antiche coorti pretorie, creando però nuove guardie del corpo, reclutate specialmente in Illiria, per i due Augusti e i due Cesari. ● L'esercito da 350000 fu portato a 500000 uomini, vennero ridotti i soldati delle legioni e accresciuto il numero degli ufficiali.
Rinnovò il catasto e le imposte sui terreni, che vennero tassati a seconda della categoria. L'imposta fondiaria, in denaro o natura, veniva riscossa dai decurioni sotto loro responsabilità. Cadde così l'esenzione dell'Italia dalle imposte, che riguardò solo la urbicaria regio, il territorio che si estende fino a cento miglia dalle mura dell'Urbe. ● Coniò nuove monete: l' aureus di grammi 5,45, l' argenteus di grammi 3,40 e il follis di bronzo, ma non potè togliere dalla circolazione i denari di bassissima lega. ● Nel 301, fissò il massimo dei prezzi "rerum venalium", con la pena di morte per i trasgressori. Ma poi lo revocò vedendone il pessimo effetto. LA PERSECUZIONE DEI CRISTIANI Gli ultimi anni dell' impero di Diocleziano furono insanguinati dalle persecuzioni contro i Cristiani. Il Cristianesimo si era diffuso in tutto l'impero, e le chiese disponevano di ingenti beni con una potente gerarchia, che in certe città aveva una grandissima autorità anche fuori della comunità cristiana. La religione non era più una religione con confini precisi come quella romana, ma un potere temporale che gareggiava ed entrava in conflitto col potere dello stato, tanto è vero che divenne poi in Italia una vera monarchia con potere assoluto, senza neppure la mediazione di un senato.
Il Cristianesimo divideva i cittadini credenti da quelli che professavano altre fedi, predicava l'astensione dalle pubbliche cariche, univa il romano al barbaro, era contrario alla guerra e all'esercito, e non riconosceva la divinità dell'imperatore. Però in realtà poi si prese tutte le cariche cambiandogli nome e fece guerre in nome di Dio, a cominciare da Costantino. Diocleziano non era un pagano fanatico e nei primi anni fu molto tollerante verso i Cristiani, - ma quando due magistrati di Samosato si rifiutarono di sacrificare agli Dei per la vittoria sui Persiani, - quando i sacerdoti affermarono che le viscere delle vittime consultate, non rispondevano per la presenza disturbatrice nell'esercito di soldati di altra fede, - quando il suo consiglio privato si pronunciò per la persecuzione dei Cristiani - e questa venne approvata dall'oracolo di Apollo, l'imperatore, istigato anche da Galerio che odiava i seguaci di Cristo passò alle persecuzioni.
Nel 303, il prefetto del pretorio, coi soldati, invase il tempio cristiano di Nicomedia, bruciò i libri sacri e distrusse la chiesa. Seguì un editto che ordinava la distruzione delle chiese e dei libri cristiani, ne scioglieva le comunità, ne confiscava i beni, proibiva le riunioni, li escludeva dalle cariche pubbliche e dalla cittadinanza e rimetteva nella schiavitù i liberti se non ritornavano al paganesimo. L'editto provocò in Oriente tumulti e resistenza dalle comunità cristiane, giunse allora un secondo editto per cui i Cristiani venissero ricercati ed obbligati a sacrificare agli Dei e che tutti i vescovi e i preti che si rifiutavano di consegnare i libri sacri venissero messi in carcere. Con un terzo editto si accordava l'amnistia a coloro che, abbandonato il Cristianesimo, ritornassero alla fede pagana. Nell'Occidente, per merito di Costanzo Cloro e della sua corte in gran parte convertita al Cristianesimo, la persecuzione si limitò alla distruzione di qualche chiesa e alla proibizione delle assemblee dei cristiani; in Oriente invece, più per opera di Galerio che di Diocleziano, gli editti vennero applicati con rigore fino alla crudeltà. Molti cristiani abiurarono e sacrificarono ai vecchi Dei, parecchi vescovi consegnarono i libri sacri e ci furono anche di quelli che, dopo di avere fatto apostasia, aiutarono i magistrati a perseguitare gli antichi compagni di fede. Il 20 novembre Diocleziano e Massimiano fecero il loro ingresso nell'Urbe sopra un magnifico carro tirato da quattro elefanti, seguiti da senatori, magistrati e ufficiali, da una selva di insegne, dai trofei delle vittorie e dalle figure di Narsete, delle sue donne e dei suoi figli. Le feste furono accompagnate da un'amnistia e da elargizioni alle principali città per un totale di trecentodieci milioni di denari. L'ABDICAZIONE Diocleziano rimase a Roma solo 28 giorni, e partì improvvisamente per Ravenna, e da qui fece ritorno a Nicomedia. Probabilmente stanco delle lamentele del popolo e infelice: la moglie Prisca non lo amava, e insieme alla figlia Valeria aveva abbracciato una religione intollerante e severa, aveva fallito il tentativo di alleviare la miseria con la disciplina dei prezzi e il popolo non gli era grato per tutto ciò che aveva fatto per la sua pace. Da parecchi anni Diocleziano aveva iniziato la costruzione di un immenso palazzo a Solona (Spalato) in Dalmazia, per passarvi la vecchiaia. Così nel 305, a tre miglia da Nicomedia, abdicò proclamando Augusto Galerio e chiamando Cesare Massimino Caio. Contemporaneamente, a Milano, Massimiano abdicò nominando come Augusto Costanzo Cloro col nome di Cesare Flavio Valerio Severo. Massimiano si ritirò in una sua villa in Lucania. - Costanzo prese per sé la Gallia, la Britannia e la Spagna; - Severo l'Italia, l'Africa e la Pannonia; - Galerio ebbe tutto il resto dell'impero - eccettuati l'Egitto e la Siria che furono dati a Massimino Caio. LA MORTE Nel 308 Diocleziano fu invitato a riprendere la porpora, ma rifiutò e morì a Spalato nel 316, dopo aver invano pregato Massimino di rimandargli indietro moglie e figlia. Infatti dopo la morte di Galerio sua moglie e sua figlia, poichè cristiane, vennero esiliate in Siria, dove vennero giustiziate dall'imperatore Licinio nel 315. Diocleziano venne sepolto nel mausoleo che s'era fatto erigere di fronte al tempio di Giove Ottimo Massimo. Di lui restano a Roma soprattutto le grandiose terme con splendidi ambienti ricchi di mosaici, decorazioni e statue.
COSTANTINO
Costantino fu un grande capo militare, approfittò delle guerre civili per impossessarsi dell'Impero ai danni del rivale Massenzio. Salito al trono non seguì però i metodi del suo predecessore Diocleziano e cercò la collaborazione della Chiesa per consolidare il suo potere. Nel 313 emanò a Milano l'Editto di tolleranza, un documento che restituiva ai cristiani i beni confiscati e concedeva loro la libertà di culto. La leggenda racconta che alla base di questa scelta ci fu un evento miracoloso avvenuto nel 312, durante la battaglia del Ponte Milvio, alle porte di Roma. La Croce cristiana gli apparve in sogno e, proteggendolo, gli permise di ottenere una vittoria decisiva su Massenzio. Verità o leggenda, attraverso questo episodio si può ben capire come Costantino, ufficializzando il Cristianesimo, utilizzò la Chiesa per rafforzare il suo impero e saldare i preoccupanti elementi di cedimento che lo stavano minando. Costantino non si convertì comunque al cristianesimo, interruppe i sacrifici pagani e governò l'impero in modo programmatico, cercando di rafforzarlo e di consolidare lo spirito di appartenenza della popolazione. Solo in tarda età, accettò di farsi battezzare. Costantino diede ai cristiani i primi luoghi di culto, facendo costruire, a proprie spese, la basilica di San Pietro a Roma e del Santo Sepolcro a Gerusalemme. La Chiesa, in cambio, riconobbe a Costantino ampi poteri in campo religioso, denominandolo vescovo esterno di tutta la Chiesa Cristiana, ruolo che gli permise di arbitrare le dispute dottrinali che dividevano la Chiesa. Per Costantino, la chiesa doveva restare unita, e rafforzarsi sempre più, perché questo significava tenere unito l'Impero e fortificarlo. E, per difendere l'unità religiosa, iniziò a condannare le eresie, così come in passato era avvenuto proprio per la Chiesa cattolica. L’eresia è la credenza errata in materia di fede religiosa.
L'arianesimo L'eresia più pericolosa che minacciava la Chiesa era l'arianesimo, dottrina che prende il nome dal sacerdote di Alessandria D'Egitto Ario. Egli sosteneva che Gesù, figlio di Dio, era un semplice uomo e dunque possedeva un grado di divinità inferiore rispetto al Padre. Costantino convocò un concilio ecumenico, ossia una riunione di tutti i Vescovi della Chiesa, e nel 325 si discusse la questione a Nicea, in Asia Minore, (da qui il nome Concilio di Nicea). La dottrina ariana venne condannata, i suoi sostenitori messi fuorilegge e puniti come malfattori. L'ortodossia, ossia l'accettazione totale di tutti i principi di una dottrina, quella cristiana cattolica, venne imposta come dovere non solo religioso ma anche civile. Il Concilio di Nicea fu il primo di una serie di interventi dello Stato negli affari della Chiesa e il Cristianesimo da religione perseguitata si trasformò in religione privilegiata, pur non divenendo religione di Stato se non mezzo secolo dopo la morte di Costantino, con l'Editto di Tessalonica del 380, emanato dall'Imperatore Teodosio che proibì tutti i culti pagani. Anche Teodosio si mosse per motivi politici, cercando a sua volta di rafforzare il rapporto con la Chiesa per rafforzare il potere dello Stato. Il decreto, comunque, non si tradusse immediatamente in realtà, per molto tempo il cristianesimo rimase una religione limitata alle città, territorio di dominio dei Vescovi, nelle campagne la popolazione era legata a rituali della tradizione contadina che non si sgretolarono facilmente. Pagano, che in latino significa appunto contadino, divenne sinonimo di chi non conosce o rifiuta il Vangelo, e identificò l'antico politeismo greco-romano. L'impero romano raggiunse la sua massima espansione nel II secolo d.C., dal secolo successivo inizia un periodo di difficoltà dettato dalle divisioni interne, dalle guerre civili e da un diffuso e generale senso di sfiducia e di debolezza. L'imperatore Costantino, nel tentativo di risollevare le sorti di Roma, cercò la collaborazione della Chiesa cristiana, e i successi furono grandi e inaspettati. Ma, nonostante ciò, solo un secolo dopo la sua morte l'impero crollò nella parte occidentale, sopravvivendo nella parte orientale, quella chiamata Impero Bizantino. La potenza di Roma stava capitolando, e quello che restava, in Europa, era uno scenario confuso di tanti regni romani-barbarici. Sarebbe riuscita la chiesa cristiana a creare uno spirito unitario e a saldare nuovi legami, in sostituzione dei vecchi ormai crollati? LA DIFFUSIONE DEL CRISTIANESIMO Nel III secolo D.C. il politeismo non era più in grado di soddisfare la popolazione, la presenza di troppi dei non dava sollievo o risposte alle inquietudini degli uomini, che preferivano rifugiarsi in religioni che privilegiavano una sola entità superiore su tutte le altre. Oltre al cristianesimo presero piede i culti del dio Mitra, il dio del sole invincibile, e della dea egiziana Iside. Si trattava di culti che prevedevano riti che simboleggiavano il passaggio dalla morte alla rigenerazione, dando nuove risposte alle domande esistenziali degli uomini, ed erano incentrati su un un credo profondo e intimo, si trattava, soprattutto, di culti popolari, praticati dalla gente umile, dalle masse...
La religione cristiana si distinse da questi culti perché riuscì a catturare sia il favore degli umili, offrendo conforto umano e speranza, sia dei ceti dirigenti dell'Impero, ottenendo quindi anche l'appoggio dall'alto. Il cristianesimo propose un'idea di unità religiosa del genere umano visto e concepito come un'unica grande famiglia composta da figli di un unico Dio, senza distinzioni di razza, di ceto e quindi di categoria. Da questa unità derivava quindi la responsabilità di essere solidali gli uni con gli altri, rispondendo non solo di se ma anche dei propri "fratelli". La prima struttura della chiesa di Roma Apparso con Cristo, e dunque sviluppatosi nel I secolo D.C., il cristianesimo divenne nel giro di un paio di secoli una religione di una certa importanza a cui aderiva una minoranza consistente di persone, e diffusa un po' ovunque all'interno dell'impero romano. Tra i primi adepti non si trovavano solo persone di umili origini, come schiavi e poveri, ma rappresentanti di ogni ceto sociale mossi dall'ideale di uguaglianza in una società che, invece, era fondata sulla diseguaglianza. Alle incertezze dell'epoca la religione cristiana seppe rispondere additando nel peccato la ragione di ogni male, e offrendo ad ogni essere umano una via di liberazione e di salvezza. La gerarchia della Chiesa iniziò a svilupparsi intorno al III secolo D.C, con forme in parte sopravvissute fino ai nostri giorni. Seguendo l'esempio dell'amministrazione imperiale si organizzò in Diocesi, a cui facevano capo le città capoluogo. A capo di ogni diocesi era posto un vescovo, assistito da sacerdoti, consiglieri più anziani, e da diaconi, faccendieri pratici. Non si può comunque dire che la religione Cristiana trovò terreno fertile per svilupparsi e crescere in modo pacifico, fu osteggiata dagli altri gruppi religiosi, additata come nemica dell'impero e, di conseguenza, bandita. Del resto il Cristianesimo, soprattutto nel suo primo, autentico, secolo, ebbe un atteggiamento di condanna verso l'impero romano, a cui si aggiungeva l'attesa della fine dei tempi, che si immaginava vicina. Con il tempo prevalse uno spirito ben diverso, ma rimase sempre il rifiuto dell'idolatria e del politeismo, a cui sempre contrappose un unico Dio potente e assoluto. Le persecuzioni dei cristiani nascevano dall'accusa di essere dei sovversivi. Nel 303, sotto l'impero di Diocleziano, si assistette ad una delle persecuzioni più sanguinarie: Diocleziano aveva imposto a tutti i sudditi il dovere di adorarlo come un dio, e di celebrarlo attraverso un rito pagano che consisteva nel gettare una manciata di incenso nel fuoco, recitando una preghiera. Molti cristiani si piegarono a questo gesto ma, una frangia di cristiani particolarmente ferventi rifiutarono di eseguirlo, preferendo la morte. A Diocleziano succedette Costantino, imperatore non cristiano ma illuminato dal pensiero che la fede cristiana potesse aiutare l'impero romano a riacquistare grandezza. E, sulla base di queste convinzioni, decise di cambiare i rapporti con la Chiesa.
ROMOLO AUGUSTO
Flavio Romolo Augusto, noto anche col diminutivo di Augustolo, cioè Piccolo Augusto (in latino: Flavius Romulus Augustus; 461 circa – dopo il 511), è considerato tradizionalmente l'ultimo imperatore romano d'Occidente (31 ottobre 475 - 4 settembre 476), in quanto dopo la sua deposizione a opera del generale barbaro Odoacre, re degli Eruli, non fu nominato alcun nuovo imperatore. La sua deposizione segna convenzionalmente la fine dell'Impero romano d'Occidente e l'inizio del Medioevo. Giuridicamente però non ottenne nessun riconoscimento da Costantinopoli. Le fonti storiche danno pochi dettagli sulla sua vita. Fu messo sul soglio imperiale dal padre Flavio Oreste, magister militum dell'esercito romano dopo la deposizione del precedente imperatore, Giulio Nepote. Poco più che un bambino, Romolo fu di fatto un fantoccio nelle mani del padre. Regnò solo per dieci mesi. Fu spedito da Odoacre a Napoli, al Castellum Lucullanum, dopodiché scomparve dalle fonti.
Ascesa al trono Impero Romano d'Occidente e Impero Romano d'Oriente , nel 476: Romolo era figlio del magister militum Flavio Oreste, un cittadino romano di origine barbara della Pannonia .La madre era Flavia Serena, figlia del comes del Norico Romolo, originario di Poetovio Dal 474 era imperatore d'Occidente Giulio Nepote, nominato tale dagli imperatori d'Oriente Leone I e Zenone. Nel 475 Nepote rimosse il patrizio e magister militum dell'Occidente, il gallo-romano Ecdicio, per nominare al suo posto Oreste. Quest'ultimo, ottenuto il sostegno dell'esercito, si mosse da Roma ed entrò a Ravenna (il 28 agosto), obbligando Nepote, impossibilitato a resistere, a fuggire in Dalmazia, a Salona.
Dopo circa due mesi, durante i quali aveva forse atteso un riconoscimento da parte dell'impero d'Oriente, il 31 ottobre dichiarò decaduto Nepote e nominò imperatore il figlio Romolo,che aveva 12 o 14 anni e che poteva assurgere al soglio imperiale in quanto la madre era di stirpe romana. Regno Modifica Romolo era un adolescente incapace di assumere le responsabilità che il potere comportava. Fu così Oreste a detenere effettivamente il potere in nome del figlio. A nome di Romolo, vennero coniate quantità di solidi d'oro a Roma, Milano e Ravenna, alcune persino ad Arles, in quanto la Gallia era una delle poche province ancora in mano romana. Il problema più urgente era gestire le truppe barbariche che erano poste a difesa dell'impero, nominalmente fedeli all'imperatore, ma effettivamente tenute a bada dai pagamenti versati continuamente attingendo alle casse dello stato. Nel 476 la situazione si fece più difficile, in quanto alcune truppe mercenarie barbariche composte da Eruli, Sciri e Turcilingi, chiesero di ottenere delle terre in Italia, che Oreste però non concesse. Questi popoli si rivoltarono sotto la guida del capo sciro Odoacre, eleggendolo re il 23 agosto. Oreste si rinchiuse a Pavia, confidando nelle possenti fortificazioni della città, ma Odoacre assediò Pavia e la conquistò, catturando così Oreste.. Oreste fu quindi condotto a Piacenza e ucciso per volere di Odoacre. Quest'ultimo occupò poi Ravenna, dopo aver sconfitto e ucciso il fratello di Oreste, Paolo e il 4 settembre 476 depose Romolo Augusto. Verosimilmente dietro pressione di Odoacre, Romolo inviò una lettera all'imperatore Zenone (che aveva appena guadagnato nuovamente il regno dopo essere stato spodestato da Basilisco) in cui affermava che non c'era bisogno di due imperatori e che era opportuno affidare il comando dell'Italia a Odoacre. Odoacre inviò a Costantinopoli le insegne imperiali: la sovranità sulle terre dell'Occidente passò quindi formalmente a Zenone, imperatore d'Oriente, che riconobbe Odoacre governatore d'Italia col titolo di patrizio, anche se non di nomina ufficiale. Tuttavia Giulio Nepote continuò dalla Dalmazia a rivendicare il trono d'Occidente fino alla morte (480), nominalmente riconosciuto come Augusto sia da Odoacre che da Zenone (il quale non aveva mai dato il suo appoggio a Romolo a differenza di Basilisco). Comunque la fine ufficiale dell'impero non modificò, sull'immediato, i modi di vita della popolazione romana d'Italia, già da tempo mutati. Le istituzioni come il Senato e il consolato proseguirono a riprova del fatto che ormai da tempo l'impero d'Occidente era solamente un nome privo di effettivo potere. È anche da rilevare che le regioni su cui si estendeva il potere, almeno formale, dell'Impero d'Occidente erano, nella fase finale dell'impero stesso, ridotte all'Italia, alla Provenza e a parte delle province del Norico, della Rezia, della Dalmazia, della Sicilia orientale e l'enclave in Gallia del Regno di Soissons.
La successiva vita di Romolo è misteriosa. L'Anonimo Valesiano afferma che Odoacre lo abbia risparmiato in virtù della sua giovane età, esiliandolo a Napoli nel Castellum Lucullanum, l'antica villa di Lucullo, attuale Castel dell'Ovo, e concedendogli un vitalizio di seimila solidi annui (la rendita di un senatore facoltoso). Giordane e Marcellino Comes affermano che Odoacre lo esiliò in Campania, ma non menzionano nessun vitalizio[7]. Da questo momento scompare dalle fonti. Nell'opera Storia del declino e della caduta dell'Impero romano, Edward Gibbon afferma che i discepoli di san Severino furono invitati nel 488 da una «dama napoletana» (forse la madre dell'ex-imperatore) a portare il corpo del santo nella villa, che fu trasformata in monastero prima del 500 per contenere i resti del santo. Cassiodoro, segretario del re ostrogoto Teodorico il Grande, scrisse una lettera a un «Romolo» nel 507, confermando una pensione. Nel 1886 lo storico Thomas Hodgkin scrisse che «molto probabilmente» il Romolo in questione fosse proprio l'ultimo imperatore romano d'Occidente.Nulla però supporta tale affermazione.
Romolo è largamente noto con il nome, datogli in antichità, di Romulus Augustulus (italianizzato in «Romolo Augustolo»); la terminazione in -ulus denota il diminutivo, quindi il nome significava «Romolo il piccolo Augusto». In effetti il nomignolo era doppiamente significativo, in quanto si riferiva sia alla giovane età dell'imperatore sia alla sua insignificanza politica, essendo il vero potere nelle mani del padre Oreste. Gli autori di lingua greca giunsero persino a storpiare il nome «Romulus» in Μωμῦλλος («Momullos»), «piccola disgrazia». Tradizionalmente, Romolo Augusto è ritenuto essere l'ultimo imperatore romano d'Occidente: con un nome che fa riferimento ai fondatori di Roma e dell'Impero romano sarebbe stato difficile resistere alla tentazione di trarre questa conclusione, e infatti già nel VI secolo, lo storico Marcellino Illirico considerava l'impero romano terminato nel 476.
Alcuni storici ritengono essere Giulio Nepote l'ultimo Imperatore d'Occidente, in quanto Odoacre, quando chiese all'Imperatore d'Oriente Zenone di essere riconosciuto come magister militum e patricius, ebbe come contropartita di riconoscere a sua volta come imperatore d'Occidente Giulio Nepote. Odoacre accettò di riconoscere Nepote e infatti fece anche battere delle monete con la sua effigie fino al 480, quando Nepote fu ucciso dal comes Ovida con la possibile complicità dell'ex-Imperatore d'Occidente Glicerio. Secondo alcune interpretazioni questa è la reale data della fine dell'Impero Romano d'Occidente.
Questa tesi non è condivisa da tutti gli storici dato che Zenone non aveva la facoltà di eleggere un imperatore, potere detenuto, almeno in via formale, dal Senato romano e il Senato aveva riconosciuto come imperatore Romolo Augusto. Altri storici, addirittura, considerano il 486 l'anno di caduta dell'Impero d'Occidente, in quanto in quell'anno venne a cessare l'ultimo effettivo baluardo della romanità in Occidente, dal momento che il Dominio di Noviodunum Suessiorum nella Gallia settentrionale (il cosiddetto Regno di Soissons) fu annesso al regno dei Franchi.
GALLIENO
GALLIENO Ancora oggi è uno degli imperatori che presentano più lati oscuri e di cui esistono giudizi storici contrastanti: fu un abile condottiero, un capace organizzatore ma anche un regnante spregiudicato che non tentò neanche di liberare l’imperatore suo padre, Valeriano, dalla prigionia di Sapore Gallieno nacque nel 218 da Valeriano, un membro della classe senatoria, ed Egnazia Mariniana, ed ebbe un fratello, Publio Licinio Valeriano. Prima del 242 sposò Cornelia Salonina, da cui ebbe almeno tre figli. Il Senato romano fu contento di ratificare la nomina di un optimate e nominò Cesare il figlio Gallieno. Giunto Valeriano a Roma, fece nominare il figlio coimperatore. Molti imperatori avevano associato il figlio al trono, ma solo perchè troppo giovane per governare, con l'idea di lasciarlo come erede. Nel caso di Valeriano e Gallieno, invece, essendo adulti ambedue, ci fu un doppio governo e pure ben amalgamato. Così gli imperatori si spartirono l'amministrazione e il comando militare, Gallieno in Occidente e Valeriano in Oriente. DIFESA DEI CONFINI OCCIDENTALI Franchi, Alemanni e Marcomanni minacciavano i confini occidentali dell'impero. Gallieno aveva difeso questa frontiera fortificando le città di Augusta Treverorum (Treviri) e Colonia, baluardi contro le incursioni dei Germani. Strinse anche alleanza con una delle tribù barbare. Respinte le tribù germaniche, Gallieno dovette fronteggiare i Franchi scesi fino all'Hispania col saccheggio di Tarraco, mentre gli Alamanni si spinsero fino a Milano, sconfitti però da Gallieno. Nel 260 si ribellò il comandante di queste regioni, ma Gallieno riuscì a sconfiggerlo insieme al suo successore Regaliano: poi strinse alleanza con i Marcomanni prendendo come concubina Pipa, la figlia del re.
CONSEGUENZE DELLA MORTE DI VALERIANO Nel 260 Valeriano fu sconfitto e fatto prigioniero, così i nemici dell'impero profittarono per minacciarne i confini, mentre le province, non potendo Gallieno difendere tutto il territorio, sostennero gli usurpatori locali che intendessero difenderli. Quando l'imperatore Valeriano fu catturato, Gallieno non si scompose più di tanto dicendo: "ho sempre saputo che mio padre era mortale." L'Impero delle Gallie, con Britannia, Gallia, Germania e Hispania e il Regno di Palmira, con le varie province orientali, si ribellarono, facendo correre Gallieno tra una frontiera e l'altra per difendere il suo impero. In occidente si ribellò Postumo, il generale a cui Gallieno aveva affidato il comando delle truppe renane mentre combatteva la rivolta di Ingenuo. L'impero era stato invece affidato al figlio di Gallieno, Cornelio Salonino, ma data la sua minore età, governava il Prefetto del pretorio Silvano. Sconfitti gli Alemanni, Postumo fu proclamato imperatore dalle truppe dopo la battaglia con le truppe di Silvano, in cui Silvano fu ucciso. Postumo non tentò di espandersi oltre l'Impero delle Gallie, ma Gallieno non riuscì mai a recuperarlo. L'esercito sconfitto di Valeriano elesse imperatori i due figli di Macriano Maggiore, Macriano Minore e Quieto. Con l'appoggio del Prefetto del pretorio di Valeriano, Ballista, i Macriani tentarono di sconfiggere Gallieno, ma padre e figlio primogenito vennero sconfitti e uccisi dal generale di Gallieno Aureolo in occidente, mentre Quieto fu deposto da Odenato, re di Palmira. Con l'approvazione di Gallieno, Odenato rafforzò i confini orientali sconfiggendo i Sassanidi, governando in autonomia la provincia che alla sua morte diventò il Regno di Palmira per volere di sua moglie Zenobia.
I PROVVEDIMENTI A differenza del padre, che aveva perseguitato i cristiani, Gallieno promulgò la libertà di culto, compreso quello cristiano, restituendo ai cristiani alcune proprietà confiscate. Nel 260 Valeriano fu sconfitto e catturato dal re persiano Sapore II e Gallieno, in disaccordo con lui fin dal 257, non solo non cercò di liberarlo ma sconfessò subito la sua politica religiosa. Ce ne informa la Storia Ecclesiastica di Eusebio che tramanda il testo del rescritto di Gallieno a Dionigi di Alessandria ed ai vescovi d’Egitto. Siamo all’inizio del 262, quando l’imperatore riuscì a riprendere il controllo della zona dell’Egitto già nelle mani di alcuni usurpatori. L’editto era esteso anche a questa regione, e tra i benefici c'era la restituzione ai vescovi dei luoghi di culto sequestrati in seguito agli editti di Valeriano. Per mantenere le frontiere creò una riserva strategica formata da 150 equites, i comitatenses, pronti ad intervenire velocemente ove occorresse. Il numero fu poi aumentato a 750 per ogni legione. I generali di questa riserva avevano un potere incredibile, infatti i futuri imperatori Claudio II e Aureliano ricoprirono questa carica prima del trono.
Però questi comandanti, spesso militari di carriera partiti dalla gavetta, badavano al massimo alla provincia d'origine, non a Roma. Contemporaneamente tolse la carriera militare ai Senatori, concedendola ampiamente agli equites. Gallieno favorì la cultura e le speculazioni religiose: sotto di lui fiorì il Neoplatonismo, il cui maggior rappresentante, Plotino, fu amico personale di Gallieno e Salonina. Si ricollegò alla cultura ellenica come Adriano, recandosi in visita ad Atene, diventando arconte eponimo e facendosi iniziato ai misteri di Demetra. Di lui ci resta un bell'Arco di Trionfo nel quartiere Esquilino di Roma. Ovunque l'imperatore si trovasse, specie in zone dell'impero minacciate, la zecca locale coniava monete in cui gli Dei proteggevano l'imperatore. Ebbe particolare venerazione per il culto del Sole Invitto, identificato come comes Augusti, "compagno dell'augusto". Il Sole Invitto, cioè Mitra, era molto seguito dai soldati, ancor di più da quelli orientali, dei quali Gallieno cercava il favore e il sostegno. Anche Mitra aveva i suoi Misteri, infatti i suoi adepti dovevano seguire un cammino di sette gradi, si riunivano in templi sotterranei e venivano iniziati dopo un lungo apprendistato, inonfati dal sangue di un toro ucciso. LA MORTE Nel 268 l'imperatore riuscì a sconfiggere presso la foce del fiume Nestus una parte dei Goti che avevano invaso le provincie di Tracia, Macedonia ed Acaia. Intanto il suo generale Aureolo, che comandava una fondamentale unità di cavalleria a Milano, si era ribellato. Gallieno assediò Milano, in cui Aureolo si era arroccato, ma Cecropio, il comandante della cavalleria dalmata, uccise Gallieno a tradimento mentre usciva dalla sua tenda. Tra gli organizzatori della congiura c'era il suo Prefetto del pretorio Aurelio Eracliano, i cui familiari vennero per vendetta assassinati. Per altri Gallieno morì per una ferita durante l'assedio. Gallieno morì a cinquanta anni, dopo quindici anni di regno. Fu divinizzato dal senato, per volere di Claudio.
Title 2
Onorio nacque a Costantinopoli il 9 settembre del 384, figlio terzogenito dell'imperatore Teodosio I e della sua consorte Elia Flaccilla, originari ambedue della provincia romana dell'Hispania; Arcadio e Pulcheria Teodosia (morta ad appena sette anni d'età), erano rispettivamente suo fratello e sua sorella maggiori. Il padre lo onorò del titolo di nobilissimus puer e gli conferì il consolato per l'anno 386, quando Onorio aveva due anni. Raggiunse il padre a Roma (389), poi tornò a Costantinopoli (391). Il poeta Claudio Claudiano scrisse diversi panegirici riguardanti episodi della storia dell'Impero romano d'Occidente durante il regno di Onorio. Tra questi l'Epithalamium de nuptiis Honorii et Mariae (398), dedicato alle nozze di Onorio e Maria e i panegirici Panegyricus de tertio/quarto/sexto consulatu Honorii Augusti, in occasione del terzo (396), quarto (398) e sesto (404) consolato di Onorio. divenne Augusto nel 393 ed ereditò nel 395 l'Impero d'Occidente, mentre quello d'Oriente andava al fratello Arcadio. Nel suo lungo regno si dimostrò troppo inferiore alla gravità dei tempi, debole e irresoluto. Il primo periodo del suo regno fu dominato dalla figura del generale vandalo Stilicone, del quale sposò consecutivamente due figlie.
ARCADIO
Arcadio Arcadio era il figlio maggiore di Teodosio I ed Elia Flaccilla e fratello di Onorio.[1] Teodosio cominciò ad educare il figlio all'arte del governo sin dalla minore età; suo precettore fu Sant'Arsenio il Grande, che fu mandato a Costantinopoli nel 394 dall'imperatore di Roma su richiesta di Teodosio, che voleva che i figli fossero educati da uno degli uomini più colti dell'Impero; Arcadio ordì una congiura contro Sant'Arsenio, che fu però sventata. Nel 383, all'età di soli sei anni, Arcadio fu proclamato Augusto dal padre e fu associato al governo. Il suo rapido cursus honorum vede poi la nomina a console a soli 8 anni, carica che gli sarà conferita altre due volte nel 392 e nel 394. Nel 386 Teodosio I decise che il figlio di nove anni fosse sufficientemente maturo per apprendere l'arte militare; lo portò quindi con sé nella campagna contro i Grutungi, associandoselo poi nel trionfo celebrato a Costantinopoli. A 17 anni Arcadio si trovò a reggere il governo dell'Oriente sotto la guida del prefetto Flavio Rufino mentre il padre muoveva con l'esercito contro l'usurpatore Flavio Eugenio. Alla morte di Teodosio I, il 17 gennaio 395, l'Impero romano venne diviso in Impero Romano d'Oriente e Impero Romano d'Occidente. Arcadio ottenne il controllo dell'Impero d'Oriente[2] (in quanto la parte più ricca delle due), ovvero parte della prefettura dell'Illirico (Dacia e Macedonia) e quella d'Oriente (Tracia, Asia minore, Ponto, Oriente, Egitto), mentre il secondogenito di Teodosio, Onorio, divenne imperatore d'Occidente con le sue prefetture d'Italia (Italia, Africa), di Gallia (Gallia, Britannia, Hispania) e la parte restante della Prefettura dell'Illirico.
Questa ripartizione dell'eredità di Teodosio non intendeva condurre a una divisione dell'Impero romano, ma i contrasti insorti tra le due parti per questioni territoriali, lacrescente diversità degli spiriti e di tendenze tra Oriente e Occidente posero fine a ogni effettiva unità.Onorio era sotto il controllo del magister militum Stilicone,[3] mentre Arcadio era dominato dal suo consigliere Rufino. Stilicone, che voleva controllare entrambi gli imperatori, nel 395 fece assassinare Rufino, cui però, nel ruolo di consigliere di Arcadio, subentrò Eutropio. Arcadio fu dominato anche dalla moglie Elia Eudossia, che nel 399 convinse il marito a disfarsi di Eutropio. Ad Eudossia si oppose duramente Giovanni Crisostomo, il patriarca di Costantinopoli, che credeva che l'imperatrice avesse usato i beni della sua famiglia per prendere il controllo dell'imperatore. Eudossia, usando la sua influenza, fece deporre Crisostomo nel 404. Ella morì l'anno seguente.Arcadio fu dominato per il resto della sua vita da Antemio, suo prefetto del pretorio, che fece pace con Stilicone ad Occidente. Arcadio era più preoccupato di apparire come un pio cristiano che delle questioni politiche o militari, detenendo nominalmente il controllo dell'impero fino alla sua morte, avvenuta per malattia il 1º maggio 408.[