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Paradiso- Canto XV

giocondamassaro07

Created on April 11, 2021

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Transcript

Divina Commedia

paradiso-canto xv

de Rosa Daniela, di Caprio Antonietta, Martone Pasquale, Massaro Gioconda, Sacco Melania

"Non si muta mai bianco nè bruno" espressione che trova il suo corrispettivo nel detto. "mettere nero su bianco" , rimandando al latino: "verba volant, scripta manent"

Canto XV - v. 51

Indice

vv. 91-120

vv. 1-30

Introduzione Canto

vv. 121-148

vv. 31-60

Personaggi

vv. 61-90

Le radici di Dante

Introduzione Canto

*Anchise ed Enea

Il Canto apre il «trittico» dedicato al personaggio di Cacciaguida e si apre con una lode di Dante alla carità dei beati. Ci troviamo nel quinto cielo di Marte in cui gli “spiriti combattenti” della croce mettono fine al loro canto melodioso, spinti dalla loro volontà di fare il bene e consentire a Dante di esporre i suoi desideri. Uno dei lumi dei beati della croce si muove lungo il braccio destro verso il centro e poi verso il basso, simile a una stella cadente che d'improvviso attraversa il cielo sereno. Il beato non abbandona la croce ma si muove lungo questa, proprio come una fiamma che traspare dietro una parete di alabastro. Dante paragona la devozione di quest'anima a quella di Anchise*, quando accolse il figlio Enea nei Campi Elisi, quindi Cacciaguida si rivolge al poeta parlando latino e manifestando la sua gioia per il fatto che a Dante, suo discendente, è stata aperta per due volte la porta del Paradiso.

Anchise, oltre ad essere citato nella mitologia greca, è anche un personaggio della mitologia romana poiché viene indicato come padre di Enea. La dea Afrodite s'innamorò di Anchise che secondo la leggenda, ubriaco, osò vantarsi del suo amore con la dea durante una festa e Zeus per punirlo lo colpì con un fulmine rendendolo zoppo. Enea fuggì da Troia dopo la sua distruzione e giunse dopo varie vicissitudini nel Lazio, dove combatté una guerra contro Turno. In seguito fondò la città di Lavinio e i suoi discendenti diedero inizio alla stirpe dei Romani. Quando Dante non si sente all'altezza di compiere un viaggio simile, cita l'esempio di Enea, scelto da Dio come fondatore de l'alma Roma.

Introduzione Canto

Dante rivolge la sua attenzione al beato che ha finito di parlare, quindi guarda Beatrice per la prima volta, da quando sono saliti in Marte e rimane doppiamente stupefatto. Cacciaguida riprende a parlare e dice cose tanto profonde che Dante non può capire, in quanto il concetto espresso va oltre le umane capacità dell'intelletto del poeta. Quando il beato torna a parlare in modo comprensibile a Dante, questo sente che l'avo benedice Dio per la grazia dimostrata al suo discendente, poi Cacciaguida si rivolge direttamente ed esplicitamente a Dante dicendogli che sapeva della sua venuta, poiché l'aveva letto nella mente di Dio (dichiarazione della predestinazione e provvidenzialità del viaggio di Dante) e che attendeva da lungo tempo il suo arrivo. La conversazione tra Dante e Cacciaguida continua e quest'ultimo gli chiede di esprimere ciò che stava provando in quel momento. Dante guardando beatrice aumentò il suo desiderio di esprimersi e quindi iniziò ad elencare tutti i sentimenti che stava provando ed esprime il suo ringraziamento a Cacciaguida e gli altri beati per l'ardente festa con cui l'hanno accolto e lo supplica di rivelargli il proprio nome.

Introduzione Canto

Lo spirito risponde presentandosi come suo antenato e affermando che il proprio figlio, Alighiero I, è da più cento anni in Purgatorio, nella I Cornice; questi è stato bisnonno di Dante e Cacciaguida invita il poeta a pregare per abbreviare la sua permanenza nel secondo regno. Il beato è vissuto in una Firenze molto diversa da quella da cui Dante sarà esiliato. La rievocazione della Firenze ideale del XII secolo, più piccola di quella del XIV, non fanno altro che portare alla luce numerevoli differenze che coinvolgono la popolazione stessa e la diffusione della ricchezza. Il beato rivela di essere nato in quella città, partorito dalla madre che nelle doglie invocava il nome di Maria, battezzato nel Battistero di Firenze col nome di Cacciaguida. Egli seguì l'imperatore Corrado III nella seconda Crociata, dopo che il sovrano per il suo retto operare lo aveva investito cavaliere; andò dunque a combattere gli infedeli in Terrasanta, usurpata dai popoli islamici a causa della trascuratezza dei papi. Dagli infedeli fu ucciso in battaglia e da quella morte giunse alla pace del Paradiso.

Personaggi

Spiriti combattenti

Gli sprititi combattenti sono i beati che appaiono a Dante nel V Cielo del Paradiso, poiché in vita subirono l'influsso del pianeta Marte che li ha spinti a lottare per la fede (fra loro, infatti, vi sono condottieri biblici, guerrieri cristiani e crociati): sono descritti come lumi sfolgoranti che scorrono lungo i bracci perpendicolari di una immensa croce in cui a Dante sembra che lampeggi Cristo. Dopo l'ascesa del poeta nel Cielo di Marte e l'apparizione dei beati nella croce (XIV), questi intonano un inno di lode di cui Dante intende solo le parole «Risorgi» e «Vinci», quindi probabilmente dedicato a Cristo trionfante; il simbolo della croce probabilmente è un riferimento alla fede per cui lottarono, anche se alcuni commentatori hanno ipotizzato una connessione con l'insegna dei crociati (del resto Dante include fra i beati l'avo Cacciaguida, che morì proprio nella seconda Crociata e che si presenta al poeta nel Canto XV).

Personaggi

Cacciaguida

Cacciaguida: è il padre del bisnonno di Dante. Di lui sappiamo solo quello che il poeta dice in questo canto. Nacque nel 1091 e risulta che prese parte alla seconda crociata [1147] sotto la guida di Corrado III di Svevia . Da Corrado Cacciaguida ricevette il titolo di cavaliere, la sua morte nel corso delle crociate gli fece acquisire il diritto all'eterna pace nel paradiso. Secondo quanto afferma Boccaccio, sposò una Aldighiera, da cui ebbe un figlio detto Aldighiero , da cui nacque Bellincione e da questi Alighiero II, padre di Dante. Cacciaguida non è padre di Dante, ma capostipite della famiglia ed è anche martire della fede cristiana, i due ruoli assunti sono strettamente collegati. Un semplice famigliare avrebbe reso l'incontro intimo ed affettuoso, ma un martire santo da' al tutto il colore della Rivelazione divina ma senza escludere la confidenza e la pietas così da far parlare Dante delle sue paure più intime e circa la propria funzione di poeta.

Le radici di Dante

Fine del canto degli spiriti combattenti e apparizione di Cacciaguida

vv. 1-30

”Si liqua” latinismo <<è chiaro, manifesto>> “come cupidità fa ne la iniqua” similitudine “quietar le sante corde che la destra del cielo allenta e tira” metafora “la destra del cielo” perifrasi per indicare la mano di Dio

Benigna volontade in che si liqua sempre l’amor che drittamente spira, come cupidità fa ne la iniqua, silenzio puose a quella dolce lira, e fece quietar le sante corde che la destra del cielo allenta e tira. Come saranno a’ giusti preghi sorde quelle sustanze che, per darmi voglia ch’io le pregassi, a tacer fur concorde?

La volontà di fare il bene, in cui si manifesta sempre l'amore ben diretto, così come la cupidigia si manifesta nella volontà malvagia, fece stare in silenzio quella dolce lira e fece acquietare le sante corde che la mano di Dio allenta e tira (i beati interruppero il canto) Com'è possibile che quelle anime siano sorde alle giuste preghiere, visto che per indurmi a pregarle furono tutte concordi nel tacere?

Fine del canto degli spiriti combattenti e apparizione di Cacciaguida

Metafora stella cadente: il movimento di Cacciaguida che si sposta lungo il braccio destro della croce viene paragonato alla veloce traiettoria delle stelle cadenti, salvo che chi guarda non vede sparire nessun astro dal firmamento. Per seguire questo spostamento gli occhi di chi guarda devono spostarsi.

Bene è che sanza termine si doglia chi, per amor di cosa che non duri, etternalmente quello amor si spoglia. Quale per li seren tranquilli e puri discorre ad ora ad or sùbito foco, movendo li occhi che stavan sicuri, e pare stella che tramuti loco, se non che da la parte ond’e’ s’accende nulla sen perde, ed esso dura poco: tale dal corno che ‘n destro si stende a piè di quella croce corse un astro de la costellazion che lì resplende;

È giusto che soffra in eterno colui che, per amore di beni effimeri, si priva in eterno dell'amore di Dio. Come nei cieli tersi e puri all'improvviso passa una stella cadente, attirando lo sguardo che prima era tranquillo, e sembra una stella che si sposti, salvo che nel punto in cui essa si accende non sparisce nessun astro e il fenomeno è di breve durata: così, dal braccio destro della croce fino alla parte inferiore, si mosse una delle luci che costellavano quella figura;

Fine del canto degli spiriti combattenti e apparizione di Cacciaguida

“la gemma dal suo nastro” similitudine con la luce di Cacciaguida “che parve foco dietro ad alabastro” allude a una particolare proprietà dell'alabastro . L’anima di Cacciaguida è come il rosso fuoco di una candela che si sposta lungo la luce chiara come d’alabastro della croce. “maggior musa” perifrasi per indicare Virgilio, autore dell'Eneide.

e la gemma non si separò dal suo nastro, ma percorse il braccio della croce simile a un fuoco dietro una parete di alabastro. Così devota l'anima di Anchise si mostrò quando vide il figlio Enea nei Campi Elisi, se dobbiamo credere alla nostra maggiore Musa. «O mio discendente, o abbondante grazia divina, a chi come a te fu aperta due volte la porta del Cielo?»

né si partì la gemma dal suo nastro, ma per la lista radial trascorse, che parve foco dietro ad alabastro. Sì pia l’ombra d’Anchise si porse, se fede merta nostra maggior musa, quando in Eliso del figlio s’accorse. «O sanguis meus, o superinfusa gratia Dei, sicut tibi cui bis unquam celi ianua reclusa?».

Dialogo tra Dante e Cacciaguida

vv. 31-60

"Rivolsi ... il viso"iperbato cioè: "rivolsi lo sguardo". "A la mia donna " perifrasi , per indicare Beatrice. "Stupefatto fui" anastrofe cioè: "rimasi meravigliato".

Così quel lume: ond’io m’attesi a lui; poscia rivolsi a la mia donna il viso, e quinci e quindi stupefatto fui; ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo de la mia gloria e del mio paradiso. Indi, a udire e a veder giocondo, giunse lo spirto al suo principio cose, ch’io non lo ‘ntesi, sì parlò profondo; né per elezion mi si nascose, ma per necessità, ché ‘l suo concetto al segno d’i mortal si soprapuose.

Così parlò quella luce; per cui io mi rivolsi al beato, poi guardai Beatrice (la mia donna) fui inondato di stupore dell'una e dell'altra visione; perché nei suoi occhi splendeva una gioia così intensa, che mi sembrò di raggiungere con i miei occhi il limite massimo della beatitudine e della felicità. Poi quell’anima (lo spirito), che ispirava gioia a udirla e a vederla, aggiunse alle sue prime parole altre cose tanto profonde che io non compresi; ed egli parlò così oscuramente non per sua scelta , ma per necessità, poiché il suo pensiero andò troppo oltre il limite della comprensione umana

Dialogo tra Dante e Cacciaguida

"E quando… nostro intelletto": Dante usa la dell’arco con il l’intenzione di esprimere una tensione intellettuale "Trino e uno" perifrasi per indicare Dio. "lontano digiuno… bruno": Cacciaguida attende l’incontro con Dante dal momento in cui era salito al Paradiso . "Magno volume" perifrasi (la mente divina). "solvuto … piume": L’immagine riprende quella del volo dell’aquila del canto I . Solvuto è un latinismo "Mercè ...le piume" :perifrasi per indicare Beatrice.

E quando la tensione della sua ardente carità si fu così espressa in modo che il suo linguaggio si abbassò al livello della nostra comprensione, le prime parole che io capii furono: «Tu sia benedetto, o Dio, uno e trino, che tanta grazia concedi alla mia discendenza (seme)!» E proseguì: «O figlio mio, grazie a Beatrice che ti ha dato le ali per questa sublime ascesa , tu hai esaudito dentro questa luce nella quale ti parlo una gradita e lunga attesa , nata in me dalla lettura del grande libro , dove mai nulla si aggiunge, né si cambia di quanto è scritto .

E quando l’arco de l’ardente affettofu sì sfogato, che ‘l parlar discese inver’ lo segno del nostro intelletto la prima cosa che per me s’intese, «Benedetto sia tu», fu, «trino e uno, che nel mio seme se’ tanto cortese!». E seguì: «Grato e lontano digiuno, tratto leggendo del magno volume du’ non si muta mai bianco né bruno solvuto hai, figlio,dentro a questo lume in ch’io ti parlo, mercè di colei ch’a l’alto volo ti vestì le piume.

Dialogo tra Dante e Cacciaguida

"Tu credi… sei": similitudine Così come attraverso la conoscenza del numero uno è possibile ricavare tutti i numeri così nella contemplazione di Dio è possibile conoscere il pensiero altrui. "Da quel ch’è primo" perifrasi per indicare Dio. Mei: discenda, dal latino meare, “passare”, “trasmettersi”

Tu credi che a me tuo pensier mei da quel ch’è primo, così come raia da l’un, se si conosce, il cinque e ‘l sei; e però ch’io mi sia e perch’io paia più gaudioso a te, non mi domandi, che alcun altro in questa turba gaia.

Tu ritieni che il tuo pensiero discenda a me dall’ente supremo (Dio), così come dall’unità , se la si conosce, discendono gli altri numeri , e perciò non mi chiedi chi io sia e perché proprio io mi mostri a te più gioioso di qualunque altro di questa lieta schiera.

Dante chiede all'anima beata di presentarsi

vv. 61-90

speglio: perifrasi per indicare Dio. pandi: latinismo dal verbo latino pandere, cioe spiegare!

Tu credi 'l vero; ché i minori e ' grandi di questa vita miran ne lo speglio in che, prima che pensi, il pensier pandi; ma perché 'l sacro amore in che io veglio con perpetüa vista e che m'asseta di dolce disïar, s'adempia meglio, la voce tua sicura, balda e lieta suoni la volontà, suoni 'l disio, a che la mia risposta è già decreta!».

Tu pensi il vero; infatti le anime più e meno beate del Paradiso osservano nello specchio (la mente divina) nella quale, prima ancora che tu pensi, si riflette il tuo pensiero; tuttavia, affinché l'ardore di carità che io provo sempre grazie alla continua contemplazione di Dio e che mi accende di dolce desiderio si adempia perfettamente, la tua voce sicura, senza incertezze e lieta esprima la tua volontà, faccia risuonare il desiderio al quale la mia risposta è stata già decretata!»

Dante chiede all'anima beata di presentarsi

prima equalità: perifrasi per indicare Dio. simiglianze...scarse: similitudine voglia..ali: metafora: dante utilizza la metafora delle ali e del volo

Io mi rivolsi a Beatrice e lei capì prima che parlassi, e mi sorrise con un cenno che fece crescere le ali al mio desiderio. Poi cominciai a dire: «Il sentimento e l'intelletto, non appena Dio vi apparse, si fecero per voi dello stesso peso, poiché il sole (Dio) che vi illuminò e scaldò è uguale nel suo sapere e nel suo amore, al punto che ogni altra uguaglianza è imperfetta. Ma sentimento e intelletto nei mortali hanno mezzi ben diversi, per la ragione che vi è nota (l'imperfezione degli uomini);

Io mi volsi a Beatrice, e quella udio pria ch'io parlassi, e arrisemi un cenno che fece crescer l'ali al voler mio. Poi cominciai così: «L'affetto e 'l senno, come la prima equalità v'apparse, d'un peso per ciascun di voi si fenno, però che 'l sol che v'allumò e arse, col caldo e con la luce è sì iguali, che tutte simiglianze sono scarse. Ma voglia e argomento ne' mortali, per la cagion ch'a voi è manifesta, diversamente son pennuti in ali;

Dante chiede all'anima beata di presentarsi

topazio... Ingemmi: metafora delle pietre preziose poiché il topazio è una pietra preziosa di colore giallo gioia preziosa: perifrasi per intendere la Croce del cielo di Marte. O fronda...radice: metafora della pianta, cacciaguida rivela a dante di essere il progenitore (radice) della sua famiglia

ond'io, che son mortal, mi sento in questa disagguaglianza, e però non ringrazio se non col core a la paterna festa. Ben supplico io a te, vivo topazio che questa gioia prezïosa ingemmi, perché mi facci del tuo nome sazio». «O fronda mia in che io compiacemmi pur aspettando, io fui la tua radice»: cotal principio, rispondendo, femmi.

perciò io, che sono mortale, mi sento in questa insufficienza, dunque ringrazio solo col cuore per la festosa accoglienza. Ora ti supplico, splendente topazio che sei incastonato questo prezioso gioiello (la croce), di rivelarmi il tuo nome». Egli iniziò così a rispondermi: «O mio discendente, in cui mi sono compiaciuto anche solo aspettando, io fui il capostipite della tua famiglia».

L'anima beata ricorda la Firenze antica.

vv. 91-120

"Quel...fue": perifrasi, alludono ad Alighiero I bisnonno del poeta, che da più di un secolo è nella I Cornice del Purgatorio. Mio figlio fu , l’opere tue = anastrofe cioè: "fu mio figlio"/"le tue preghiere" "Fiorenza... pudica":alludono all'antica cinta muraria di Firenze. "ond'ella...nona": si riferisce alla chiesa di Badia che suonava ancora le ore canoniche. "Contigiato" deriva dall'antico francesismo cointise, «ornamento».

Poscia mi disse: «Quel da cui si dice tua cognazione e che cent’anni e più e girato ha ‘l monte in la prima cornice, mio figlio fu e tuo bisavol fue: ben si convien che la lunga fatica tu li raccorci con l’opere tue. Fiorenza dentro da la cerchia antica, ond’ella toglie ancora e terza e nona, si stava in pace, sobria e pudica. Non avea catenella, non corona, non gonne contigiate, non cintura che fosse a veder più che la persona

Poi proseguì: «Colui dal quale deriva il tuo cognome (Alighiero I) e che gira da più di cent'anni nella I Cornice del Purgatorio, fu mio figlio e il tuo bisnonno: è opportuno che tu abbrevi la sua lunga fatica con le tue preghiere. (Ai miei tempi) Firenze era ancora racchiusa nell'antica cinta muraria, da dove sente ancora le ore canoniche (dalla chiesa di Badia) e se ne stava in pace, sobria e morigerata. Le donne ancora non esibivano catenelle, corone, gonne ricamate, cinture che fossero più appariscenti delle persone.

L'anima beata ricorda la Firenze antica.

"Non": anafora "vòte": le case sono dette vòte perché troppo grandi a causa del lusso e quindi sproporzionate; Sardanapalo = metonimia, il concreto per l'astratto cioè: "il re assiro Assurbanipal (VII sec. a.C.) viene usato per indicare la lussuria fatta a persona" "Non ... calo": indicano che il monte Uccellatoio, che sorge alle porte di Firenze, non aveva ancora superato Monte Mario a Roma; Forse Dante allude più in generale all'ascesa e poi al declino politico-morale della sua città. .

Non faceva, nascendo, ancor paurala figlia al padre, che ‘l tempo e la dote non fuggien quinci e quindi la misura. Non avea case di famiglia vòte; non v’era giunto ancor Sardanapalo a mostrar ciò che ‘n camera si puote. Non era vinto ancora Montemalo dal vostro Uccellatoio, che, com’è vinto nel montar sù, così sarà nel calo.

La figlia, nascendo, non faceva ancora paura al padre, poiché l'età delle nozze e l'entità della dote non erano ancora sproporzionate . Non c'erano palazzi disabitati e vuoti; Sardanapalo non aveva ancora mostrato cosa si può fare in camera da letto (non c'erano costumi sessuali sfrenati). Monte Mario a Roma non era ancora superato dal vostro monte Uccellatoio, il quale sarà superato sia nel crescere sia nella rapida decadenza (Firenze declinerà in fretta come l'antica Roma).

L'anima beata ricorda la Firenze antica.

Bellincione Berti : era il padre della buona Gualdrada (Inf., XVI, 37) e fu un fiorentino illustre della nobile famiglia dei Ravignani, di cui sappiamo ben poco . "Oh...diserta": le antiche donne di Firenze non seguivano i mariti in esilio e non erano abbandonate dagli stessi per andare a commerciare in Francia.

Bellincion Berti vid’io andar cintodi cuoio e d’osso, e venir da lo specchio la donna sua sanza ‘l viso dipinto; e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio esser contenti a la pelle scoperta, e le sue donne al fuso e al pennecchio. Oh fortunate! ciascuna era certa de la sua sepultura, e ancor nulla era per Francia nel letto diserta.

Io vidi Bellincione Berti indossare una cintura di cuoio e d'osso, e sua moglie allontanarsi dallo specchio senza il viso imbellettato; e vidi i membri della famiglia Nerli e dei Vecchietti accontentarsi di vesti in pelle, e le loro donne lavorare al telaio. Oh donne fortunate! ciascuna era certa di morire in patria, e nessuna di loro era abbandonata dal marito che andava a commerciare in Francia.

Cacciaguida racconta della sua vita

vv 121-148

" a studio" : latinismo dalla parola studium, cura. "una Cianghella … Corniglia": metonimia; la coppia formata da Cianghella e Lapo Salterello viene contrapposta a quella formata da Cincinnato e Cornelia.

L'una vegliava con amore il figlio nella culla e, consolandolo, usava il linguaggio infantile che diverte soprattutto i padri e le madri; l'altra, lavorando al telaio, raccontava alla servitù le antiche leggende dei Troiani, di Fiesole, di Roma. Allora una Cianghella, un Lapo salterello avrebbe suscitato meraviglia, proprio come ora farebbero Cincinnato e Cornelia. In una convivenza così pacifica e bella, in una comunità così unita di cittadini, in una così bella dimora mi fece nascere mia madre,

L’una vegghiava a studio de la culla, e, consolando, usava l’idioma che prima i padri e le madri trastulla; l’altra, traendo a la rocca la chioma, favoleggiava con la sua famiglia d’i Troiani, di Fiesole e di Roma. Saria tenuta allor tal maraviglia una Cianghella, un Lapo Salterello , qual or saria Cincinnato* e Corniglia. A così riposato, a così bello viver di cittadini, a così fida cittadinanza, a così dolce ostello,

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Cacciaguida racconta della sua vita

"Ne ... Batisteo": anastrofe cioè: "nel vostro antico Battistero". "Fui cristiano" : metonimia, l’effetto per la causa. Dice “divenni cristiano” anziché “fui battezzato” " Fu mio frate:" sineddoche, il singolare per il plurale cioè : ”i miei fratelli furono Moronto ed Eliseo. "milizia": latinismo formato dal latino medievale, in cui miles significa cavaliere.

invocando Maria nelle grida del parto; e nel vostro antico Battistero di S. Giovanni fui battezzato col nome di Cacciaguida. Miei fratelli furono Moronto ed Eliseo; mia moglie venne dalla Valpadana, e da lei ebbe origine il tuo cognome, Alighieri. Poi seguii l'imperatore Corrado III; ed egli mi fece cavaliere, a tal punto gli piacqui con il mio retto operare.

Maria mi diè, chiamata in alte grida; e ne l’antico vostro Batisteo insieme fui cristiano e Cacciaguida. Moronto fu mio frate ed Eliseo; mia donna venne a me di val di Pado, e quindi il sopranome tuo si feo. Poi seguitai lo ‘mperador Currado*; ed el mi cinse de la sua milizia, tanto per bene ovrar li venni in grado.

Info

Cacciaguida racconta della sua vita

"Di quella legge": perifrasi per indicare la religione Islam " d’i pastor": perifrasi per intendere i papi

Lo seguii in Terrasanta, contro la malvagità di quella religione (l'Islam) il cui popolo usurpa quei luoghi, a causa della trascuratezza dei pontefici. Lì quella gente maledetta mi strappò dal mondo fallace (mi uccise), il cui amore svia molte anime; e venni da quel martirio direttamente a questa pace».

Dietro li andai incontro a la nequizia di quella legge il cui popolo usurpa, per colpa d’i pastor, vostra giustizia. Quivi fu’ io da quella gente turpa disviluppato dal mondo fallace, lo cui amor molt’anime deturpa; e venni dal martiro a questa pace»..