Le donne nei campi di concentramento
Né le donne né i bambini, ebrei come non-ebrei, vennero risparmiati dalle uccisioni di massa condotte dai Nazisti e dai loro collaboratori. Durante le deportazioni, le donne in stato di gravidanza e le madri di bambini piccoli venivano generalmente catalogate come "inabili al lavoro" e venivano perciò trasferite nei campi di sterminio, dove gli addetti alla selezione le inserivano quasi sempre nei gruppi di prigionieri destinati a morire subito alle camere a gas.
Vittime della persecuzione e dello sterminio nazisti furono sia gli uomini che le donne di etnia ebraica. Tuttavia, le donne - sia ebree che non-ebree - furono spesso soggette ad una persecuzione eccezionalmente brutale da parte del regime. L'ideologia nazista prese di mira anche le donne Rom (Zingare), quelle di nazionalità polacca e quelle che avevano difetti fisici o mentali e che vivevano negli istituti.
"Temo di vivere abbastanza per vedere cose che pensavo la Storia avesse definitivamente bocciato, invece erano solo sopite.” Liliana Segre
"Nei campi di sterminio rimasi sola, e non rividi più mio padre. Chi è stato ad Auschwitz ha sentito per anni l’odore di carne bruciata: non te lo togli più di dosso. E poi rimani sempre quel numero.“ Liliana Segre
DIRITTI VIOLATI
La violenza contro le donne è, dunque, una violenza basata sul genere che si pone in contrasto con numerosi principi e diritti sanciti sia a livello internazionale che nel diritto nazionale di molti Paesi.
Se si pensa alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la violenza basata sul genere può, a seconda dei casi, violare:
il diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona (articolo 3);
il diritto a non essere sottoposti a torture, a trattamento o a punizioni crudeli, inumani o degradanti (articolo 5);
il diritto all’uguaglianza davanti alla legge ed il diritto alla egual protezione da parte della legge (articolo 7);
il diritto a ricorrere ad un tribunale imparziale (articoli 8 e 10);
il diritto alla libera circolazione (articolo 13);
la libertà di riunione e di associazione (articolo 20).
TESTIMONIANZALo scopo principale era annientare la dignità e l’identità delle prigioniere, tutto concorreva a raggiungere l’obiettivo. A partire dalla fame, il bisogno primario di cibo e l’istinto di sopravvivenza creavano conflitti fra le detenute. Il resto lo facevano il freddo, la sporcizia, il lavoro massacrante, le botte e le umiliazioni.
Non tutte venivano rapate all’ingresso, un altro modo per spaventarle era lasciarle nell’incertezza di quello che sarebbe accaduto durante la prima visita medica. Nessuna aveva le mestruazioni, Mirella è convinta che mettessero qualche farmaco nei magri pasti, perché il ciclo le tornò quando venne liberata.
ARRIVATE AL CAMPO...
Le donne giungevano al lager dopo un lunghissimo viaggio ammassate su carri bestiame denutrite, assetate e in pessime condizioni igieniche. Scese dai treni venivano separate dai familiari, costrette ad abbandonare i loro figli senza sapere che non li avrebbero mai più rivisti. Venivano divise in file, spogliate e sottoposte ad una prima selezione: le più anziane e deboli erano subito caricate su un carro diretto alle camere a gas, le altre venivano condotte alla baracca della disinfestazione. Sul percorso si potevano notare montagnole di stampelle, di occhiali, di giocattoli. Giunte alla baracca dovevano spogliarsi e abbandonare tutti gli oggetti che indossavano, ad esempio orologi o gioielli. Mentre attendevano l'ora della "doccia" sostavano tutte nude, in fila, tremanti e diventavano bersagli di sguardi sprezzanti, risate sfrenate, gare di sputi tra i soldati e, non di rado, oggetto di scherni con dei bastoni che picchiavano i loro corpi. A tutto ciò si aggiungeva il rischio di essere messe da parte per una macchia sulla pelle, per un foruncolo o per l'età più visibile senza gli abiti.
LE CONDIZIONIEssere donne in un campo di concentramento era molto più che umiliante, oltre ad essere inferiori perchè ebree erano considerate oggetti perchè femmine. A loro venivano consegnati vestiti maschili con tutti gli inconvenienti che portavano: mutande senza elastici che cadevano e calze che si ripiegavano sulle gambe. Per la donna non c'era tregua, nei primi mesi di permanenza nei lager il flusso mestruale si riproponeva e non esisteva materiale per difendersi; chi era fortunata trovava in terra uno straccio da utilizzare ma chi non lo era doveva lavare le mutande e indossarle bagnate. Successivamente però, a causa della scarsa alimentazione, della qualità del cibo e dell'estenuante lavoro il flusso si bloccava per la maggior parte delle prigioniere (evento positivo da un lato ma ulteriore prova di come la femminilità scompariva).L'apparato genitale femminile inoltre attraeva l'interesse dei criminali nazisti che si spacciavano per scienziati. I medici disponevano di un numero inesorabile di "cavie" ebree, costrette a sottoporsi a dolorosi interventi chirurgici, prive di anestesia o con anestesia insufficiente. Le internate dovevano affrontare giornate di duro lavoro senza mai fermarsi, nemmeno se malate o senza forze.
IL BORDELLO
Oltre alla lotta per non morire, le donne più belle e le più giovani, rischiavano di essere selezionate per i bordelli dove erano costrette ad "usare" il loro corpo per invogliare al lavoro gli altri prigionieri. La maggior parte delle donne selezionate e destinate ai bordelli venivano dai lager di Ravensbruck e Auschwitz. Per il 70% erano tedesche e le restanti provenivano dai paesi occupati: ucraine, polacche o bielorusse, escluse le italiane e le ebree ritenute contaminanti per il loro sangue non ariano. Le prescelte erano tutte sotto i 25 anni di età e predisposte a prostituirsi dopo un periodo di violenze e stupri, con la promessa, che non venne però mai mantenuta, della concessione della libertà dopo sei mesi di "lavoro". L'istituzione dei bordelli venne propagandata anche con la giustificazione morale che in questo modo si evitava il più possibile la "degenerata" omosessualità diffusa nei campi tra i prigionieri e non solo tra loro.
SOLIDARIETA'
Tra le lavoratrici si diffuse una società pregna di solidarietà, pian piano si affermò una voglia mai sopita di ribellarsi e si ricorse al sabotaggio. Le manifestazioni di maggiore solidarietà nel campo si avevano nei confronti delle donne incinte: si raccoglievano stracci e panni per poter cambiare i neonati, si rubava un po' di carbone dal lavoro perchè il calore nelle stanze era totalmente insufficiente, si procuravano bottigliette da utilizzare come biberon e molte madri che avevano ancora latte dopo la morte dei loro bimbi allattavano altri neonati.
Donne nei campi di concentramento
siciliano13anna
Created on February 1, 2021
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Le donne nei campi di concentramento
Né le donne né i bambini, ebrei come non-ebrei, vennero risparmiati dalle uccisioni di massa condotte dai Nazisti e dai loro collaboratori. Durante le deportazioni, le donne in stato di gravidanza e le madri di bambini piccoli venivano generalmente catalogate come "inabili al lavoro" e venivano perciò trasferite nei campi di sterminio, dove gli addetti alla selezione le inserivano quasi sempre nei gruppi di prigionieri destinati a morire subito alle camere a gas.
Vittime della persecuzione e dello sterminio nazisti furono sia gli uomini che le donne di etnia ebraica. Tuttavia, le donne - sia ebree che non-ebree - furono spesso soggette ad una persecuzione eccezionalmente brutale da parte del regime. L'ideologia nazista prese di mira anche le donne Rom (Zingare), quelle di nazionalità polacca e quelle che avevano difetti fisici o mentali e che vivevano negli istituti.
"Temo di vivere abbastanza per vedere cose che pensavo la Storia avesse definitivamente bocciato, invece erano solo sopite.” Liliana Segre
"Nei campi di sterminio rimasi sola, e non rividi più mio padre. Chi è stato ad Auschwitz ha sentito per anni l’odore di carne bruciata: non te lo togli più di dosso. E poi rimani sempre quel numero.“ Liliana Segre
DIRITTI VIOLATI
La violenza contro le donne è, dunque, una violenza basata sul genere che si pone in contrasto con numerosi principi e diritti sanciti sia a livello internazionale che nel diritto nazionale di molti Paesi. Se si pensa alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la violenza basata sul genere può, a seconda dei casi, violare: il diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona (articolo 3); il diritto a non essere sottoposti a torture, a trattamento o a punizioni crudeli, inumani o degradanti (articolo 5); il diritto all’uguaglianza davanti alla legge ed il diritto alla egual protezione da parte della legge (articolo 7); il diritto a ricorrere ad un tribunale imparziale (articoli 8 e 10); il diritto alla libera circolazione (articolo 13); la libertà di riunione e di associazione (articolo 20).
TESTIMONIANZALo scopo principale era annientare la dignità e l’identità delle prigioniere, tutto concorreva a raggiungere l’obiettivo. A partire dalla fame, il bisogno primario di cibo e l’istinto di sopravvivenza creavano conflitti fra le detenute. Il resto lo facevano il freddo, la sporcizia, il lavoro massacrante, le botte e le umiliazioni. Non tutte venivano rapate all’ingresso, un altro modo per spaventarle era lasciarle nell’incertezza di quello che sarebbe accaduto durante la prima visita medica. Nessuna aveva le mestruazioni, Mirella è convinta che mettessero qualche farmaco nei magri pasti, perché il ciclo le tornò quando venne liberata.
ARRIVATE AL CAMPO...
Le donne giungevano al lager dopo un lunghissimo viaggio ammassate su carri bestiame denutrite, assetate e in pessime condizioni igieniche. Scese dai treni venivano separate dai familiari, costrette ad abbandonare i loro figli senza sapere che non li avrebbero mai più rivisti. Venivano divise in file, spogliate e sottoposte ad una prima selezione: le più anziane e deboli erano subito caricate su un carro diretto alle camere a gas, le altre venivano condotte alla baracca della disinfestazione. Sul percorso si potevano notare montagnole di stampelle, di occhiali, di giocattoli. Giunte alla baracca dovevano spogliarsi e abbandonare tutti gli oggetti che indossavano, ad esempio orologi o gioielli. Mentre attendevano l'ora della "doccia" sostavano tutte nude, in fila, tremanti e diventavano bersagli di sguardi sprezzanti, risate sfrenate, gare di sputi tra i soldati e, non di rado, oggetto di scherni con dei bastoni che picchiavano i loro corpi. A tutto ciò si aggiungeva il rischio di essere messe da parte per una macchia sulla pelle, per un foruncolo o per l'età più visibile senza gli abiti.
LE CONDIZIONIEssere donne in un campo di concentramento era molto più che umiliante, oltre ad essere inferiori perchè ebree erano considerate oggetti perchè femmine. A loro venivano consegnati vestiti maschili con tutti gli inconvenienti che portavano: mutande senza elastici che cadevano e calze che si ripiegavano sulle gambe. Per la donna non c'era tregua, nei primi mesi di permanenza nei lager il flusso mestruale si riproponeva e non esisteva materiale per difendersi; chi era fortunata trovava in terra uno straccio da utilizzare ma chi non lo era doveva lavare le mutande e indossarle bagnate. Successivamente però, a causa della scarsa alimentazione, della qualità del cibo e dell'estenuante lavoro il flusso si bloccava per la maggior parte delle prigioniere (evento positivo da un lato ma ulteriore prova di come la femminilità scompariva).L'apparato genitale femminile inoltre attraeva l'interesse dei criminali nazisti che si spacciavano per scienziati. I medici disponevano di un numero inesorabile di "cavie" ebree, costrette a sottoporsi a dolorosi interventi chirurgici, prive di anestesia o con anestesia insufficiente. Le internate dovevano affrontare giornate di duro lavoro senza mai fermarsi, nemmeno se malate o senza forze.
IL BORDELLO
Oltre alla lotta per non morire, le donne più belle e le più giovani, rischiavano di essere selezionate per i bordelli dove erano costrette ad "usare" il loro corpo per invogliare al lavoro gli altri prigionieri. La maggior parte delle donne selezionate e destinate ai bordelli venivano dai lager di Ravensbruck e Auschwitz. Per il 70% erano tedesche e le restanti provenivano dai paesi occupati: ucraine, polacche o bielorusse, escluse le italiane e le ebree ritenute contaminanti per il loro sangue non ariano. Le prescelte erano tutte sotto i 25 anni di età e predisposte a prostituirsi dopo un periodo di violenze e stupri, con la promessa, che non venne però mai mantenuta, della concessione della libertà dopo sei mesi di "lavoro". L'istituzione dei bordelli venne propagandata anche con la giustificazione morale che in questo modo si evitava il più possibile la "degenerata" omosessualità diffusa nei campi tra i prigionieri e non solo tra loro.
SOLIDARIETA'
Tra le lavoratrici si diffuse una società pregna di solidarietà, pian piano si affermò una voglia mai sopita di ribellarsi e si ricorse al sabotaggio. Le manifestazioni di maggiore solidarietà nel campo si avevano nei confronti delle donne incinte: si raccoglievano stracci e panni per poter cambiare i neonati, si rubava un po' di carbone dal lavoro perchè il calore nelle stanze era totalmente insufficiente, si procuravano bottigliette da utilizzare come biberon e molte madri che avevano ancora latte dopo la morte dei loro bimbi allattavano altri neonati.