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Moda nel Medioevo

giorgiacautis

Created on January 1, 2021

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Transcript

presentazione fatta da Giorgia Cautis

L'abbigliamento nel medioevo

Iniziamo!

Lo sviluppo delle città iniziato già dal 1000 aveva portato al sorgere dei comuni che lentamente ebbero il sopravvento sui feudi. I comuni cambiarono completamente il volto della società, perché l’organizzazione della vita cittadina era basata sul lavoro e sulla mercatura, attività in mano alla borghesia. Nacquero le prime corporazioni, che imposero statuti con rigide regole. Le attività e i commerci più importanti in Italia si basavano sulla raffinazione di tessuti, spesso provenienti dall’estero, o sulla tessitura di drappi preziosi. Le decorazioni erano spesso presi da fonti orientali, poiché il commercio si spingeva fino in India e in Cina, lungo la famosa via della seta, riportando in Europa nuovi stili ed immagini. Anche la lavorazione delle pellicce usate come fodere e ormai entrati nell’uso comune, era soggetta ai precisi regolamenti. La moda maschile e femminile pur conservando ancora una certa fissità nel 200, inizia un processo di crescente restringimento degli abiti. Novità di questo secolo fu l’introduzione dei bottoni che permettevano di far aderire i vestiti a maniche al capo.

I bottoni

I primi bottoni, come li conosciamo noi sono comparsi nel Medioevo sia in forma decorativa che funzionale al loro uso. I bottoni sono nati per unire le maniche eleganti, ma strettissime, sulle scollature, sui polsini e sull'abbottonatura del davanti. I materiali utilizzati sono in oro, argento, perla, ambra e corallo prima che fossero colpite dalle leggi suntuarie che ne limitarono l'utilizzo parsimonioso.

Perolo, in lega di rame del 1500 - 1700.

I bottoni medioevali

  • I bottoni cambiano denominazione in base alla loro forma:
  • Pomelli o Maspilli: nascono nel 1200 e sono dei gioielli a forma di spillone, a forma rotonda e a forma di pomo, disponevano di un piccolo occhiello sul retro da dove passava il filo che li fissava alla stoffa, lasciando completamente libera la superficie, sono ornati di smalti o gemme che costituiscono l'ornamento femminile nel XIII e nel XIV secolo;
  • Coppelle nascono nel 1300 e sono a forma di mezza sfera, senza gambo e occhiello, ma hanno sul dietro una barretta con becchetto per essere allacciate direttamente sulla veste a scopo ornamentale;
  • Peroli nascono nel 1300 e sono a forma di pera e fabbricati in argento, oro, corallo, ambra e perle;
  • Magli, sono i bottoni fatti in corallo ed argento;
  • Ganci con asole metalliche o in argento dorato, diffusi nel 1400 e venivano utilizzati un po' dappertutto. Questa tipologia di bottone sono divisi in due parti una e composta in una prima parte da un anello metallico usato per l'abbigliamento che funge da passaggio di altri elementi come i nastri. Nella seconda parte del bottone c'è un gangerino o gancio, definito anche Kànlclialos, che significa cardine e ha la forma di un piccolo uncino metallico che si introduce nella maglietta e serve per chiudere gli indumenti. I bottoni, nonostante la recente scoperta della loro funzionalità, avevano ancora una forte impronta decorativa. Nel caso in cui avevano una loro funzione questi venivano applicati sui capi d'abbigliamento in particolare sulla scollatura, sulle maniche, sul collo della guarnacca, sui cappucci degli uomini e delle donne. I bottoni furono una prerogativa delle classi benestanti, che difesero il loro privilegio tramite le direttive da loro imposte, non sempre rispettate dai cittadini.

Coppelle in lega di piombo e ghisa del XIII - XVI secolo.

Maspillo in lega di piombo del 1300 - 1500.

La funzione degli abiti nel Medieovo

Gli abiti del Medioevo avevano tre funzioni fondamentali: coprire il corpo (per pudore non si potevano mostrare parti del corpo), proteggere dal freddo e fare da ornamento. Avevano un grande valore simbolico, perche' rappresentavano la classe sociale di appartenenza erano, infatti, facilmente distinguibili i poveri dagli aristocratici. La differenza sostanziale tra gli abiti dei ricchi e quella dei poveri erano il tipo di tessuto utilizzato per la realizzazione degli abiti. I nobili erano "vestiti dall'autorita' divina"e quindi indossavano stoffe pregiate ed accessori di ogni genere (mantelli, veli, guanti e copricapi a punta); il popolo spesso non indossava ne' il mantello ne' le calzature ma semplicemente delle suole cucite sotto le calze brache.

Sfarzo e colori

Con il passare degli anni assume sempre più importanza il valore simbolico delle vesti indossate: ricchezza e classe sociale devono saltare agli occhi. Diventa molto comune (per l’aristocrazia del periodo) l’utilizzo di gioielli, pietre variopinte e metalli lucenti. Anche i colori esprimono diversi stati sociali: il rosso è il colore preferito dai potenti, seguito da bianco e verde; grigio e marrone invece, per la scarsa lucentezza, restano i colori del popolo. E' interessante sottolineare come il Medioevo si differenzi dalle epoche che lo precedono proprio per questo senso del colore, assente fino ad allora. Addirittura la luminosità del colore stesso era un indice fondamentale per i giudizi dell’epoca: i colori che emanano più luce sono i più apprezzati, mentre vengono scartati quelli che all’epoca non era possibile (perché alcune conoscenze tecniche non erano ancora disponibili) rendere luminosi.I colori del lutto in Italia nel ‘300 erano il nero, il verde e l’azzurro nelle tonalità più scure. Nel 1348, durante la Grande Peste, fu proibito l’uso di vesti di questi tre colori per l’impressione di sconforto e disperazione che essi trasmettevano quotidianamente a causa dei molti che le indossavano. Nel ‘400, i colori del lutto sono il blu e il grigio.

Sfarzo e colori

Il colore, nelle varie epoche e nelle diverse culture, ha assunto significati e simbologie differenti. Qui analizziamo i significati simbolici dei colori, nell'abbigliamento del Medioevo.

Nel medioevo i coloranti naturali davano alle fibre un colore resistente; ecco le piante da cui si ricavavano i colori: -Rosso: robbia domestica, annato, zafferanone coltivato, sangue di Drago,oricello,kermes (estratto da insetti della famiglia Kermesidae o quercus coccifera), acacia, legno. -Giallo: reseda biondella, camomilla per tintori, crespino comune, zafferano vero, curcuma, ginestra minore, ginestra, melo, mora, scotano. -Blu: indaco, guado, poligono tintorio. -Verde: ginestra dei carbonai, giaggiolo acquatico, lavanda selvatica. -Viola: campeggio,papavero comune, mirtillo nero, oricella. -Marrone: ontano comune, catecù, noce comune, henné, salice rosso, nocciolo. -Nero: corteccia di ontano, castagno, leccio, faggio, quercia comune.

Clicca sul colore indicato per visulizzare il suo significato allegorico

Stoffe e tessuti

Le stoffe più comuni nel periodo medievale erano il lino (utilizzato non solo per i camici, ma anche per le lenzuola) e la canapa. Quest’ultima, essendo particolarmente resistente, era perfetta per fodere e abiti da lavoro. Molto utilizzato anche il fustagno (un misto di lino e cotone), che serviva sia per gli abiti che per l'arredamento. A queste si affiancano sete, damaschi e broccati importati dall'Oriente, dall'Egitto e dalla Sicilia, il cui consumo in Europa aumenta notevolmente nel corso del XII secolo. Le stoffe potevano essere di tinta unita, a più colori mescolati, a disegni di fiori e fronde, disseminate di pois, o variamente rigate. L’introduzione delle pelli e pellicce avviene, invece, in seguito allo sviluppo del commercio. Le pelli derivanti da fauna d’importazione (castoro, zibellino, orso, ermellino e vaio) erano molto pregiate, mentre meno apprezzate erano quelle provenienti dalla fauna locale (lontra, volpe, lepre, coniglio, faina, agnello). Le pelli venivano cucite all'interno delle maniche o fra le due stoffe dei soprabiti imbottiti. Le più comuni, come il coniglio, venivano tinte di rosso e usate per decorare i polsi e l'orlo inferiore delle tuniche.

Introduzione

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Nacquero nel 1400 alcuni accessori del vestiario femminile che per alcuni secoli furono inutile oggetto di scandalo e di censura, sia sul piano morale ed etico sia su quello economico, in quanto rientravano nel travestimento maschile, o contribuivano a far aumentare la quantità di stoffa necessaria per confezionare gli abiti.l primo era costituito dalle pianelle, calzature con un alto zoccolo di legno o di sughero (potevano arrivare a 50 cm ed oltre di altezza), che costringevano le donne ad un precario equilibrio, ad una camminata incerta ed a una forzata rigidità, cose queste che portavano, secondo i moralisti, alla sterilità. Una legge emanata a Perugia proibiva alle donne di “portare veste alcuna, la quale abbia de stragino (strascico) o coda più de doi piedi, pigliando la mesura quando la donna è senza pianelle”, cioè non doveva superare il calcagno. Altro strumento per questi benpensanti era rappresentato dal guardinfante, nato come una gabbia con la funzione di mantenere le vesti scostate dai fianchi: si trasformò presto in una serie di cerchi (vertugalles) cuciti sotto la gonna.

Si impose in questo periodo una specie di pantaloncino da portare sotto la gonna. Anche se severamente vietato dai moralisti e religiosi, in quanto ritenuto travestimento maschile, per ovvie ragioni subito trasformato in mutandone, fu immediatamente ripreso dalla nascente categoria delle cortigiane italiane e francesi e, fatto proprio dalle prostitute prima e subito dopo da molte nobildonne, ebbe lunga vita ed arriverà fin quasi ai giorni nostri. Alla lunga, dopo alcuni secoli il Medioevo si chiudeva con la vittoria della legge (si fa per dire) che, quasi ovunque, vietava alle donne il colore ed imponeva loro il nero dopo il matrimonio. Se il color nero rappresentava la fine di un’epoca vissuta nel colore, fu anche il simbolo di un periodo che si apriva: il legislatore, convinto di aver riportato le donne alla moderazione, non immaginava quali folli spese avrebbero fatto queste nei secoli successivi per impreziosire l’abito nero.

Abbigliamento maschile nell'alto medieovo

L'indumento maschile primario era la tunica, generalmente ottenuta da un unico taglio di stoffa con un busco per il collo sulla linea di piegatura e delle maniche attaccate. I ricchi prediligevano tuniche molto lunghe, per poter ostentare il dispendio di materiale, realizzate in stoffe pregiate (ad esempio la seta) e molto colorate. Le classi meno abbienti ed i guerrieri, portavano tuniche lunghe massimo sino al ginocchio. La tunica era chiusa in vita da una cintura, in pellame o stoffa più robusta. In ragione dell'asprezza del clima, potevano essere indossate due tuniche: una più leggera, a contatto con il corpo, ed una più pesante. In questo caso, la sotto-tunica era solitamente più lunga, anche di maniche, per poter essere visibile ed ostentare, una volta ancora, la ricchezza del portatore che poteva permettersi due capi di vestiario. Nell'Europa Settentrionale ed in Scandinavia, le popolazioni germaniche ricorrevano una particolare tipologia di tunica-soprabito, il cosiddetto kyrtill, sciancrata sui fianchi ed aprentesi in una gonnella nella parte terminale. L'uso dei pantaloni risentiva di considerazioni climatiche: aderenti (spesso avvolgenti i piedi) nei paesi più freddi e via via più larghi, sino a sparire del tutto, nei paesi più caldi. Erano utilizzati sia i gambali, ottenuti avvolgendo la gamba con strisce di stoffa (di colore bianco per i Longobardi) poi chiuse da lunghi lacci (presumibilmente di cuoio), fors'anche portati insieme a pantaloni larghi, sia le calze strette. L''indumento principe per garantire maggior protezione contro i rigori dell'inverno era ancora il mantello. I Franchi utilizzavano ancora il tipico mantello germanico in lana grezza (cosiddetto "saie"), lungo a malapena fino alla vita e fissato da una fibbia alla spalla sinistra (per lasciare il braccio destro libero di maneggiare la spada). Presso i Gaeli di Scozia e Irlanda era ancora in uso il lungo mantello policromo (cosiddetto tartan, chiamato "versicolor sagulum" da Tacito) da cui avrebbe avuto origine il plaid. La foggia della fibbia da mantello variava tra le diverse popolazioni: i Franchi prediligevano la fibula, gli Anglosassoni le spille di forma rotonda, come i Burgundi, mentre i Gaeli restavano fedeli alla fibula "penannular" tipica dei Celti. Si trattava sempre di manufatti quanto più pregiati possibile, veri e propri gioielli nel caso di fibule appartenute ai sovrani: ad esempio la "Fibula di Tara" o "Fibula di Hunterston". I copricapi più diffusi erano il capperone germanico, un cappuccio collegato a degli spallacci, per proteggersi dal freddo e dalle intemperie ed il cappello romano di paglia a tese larghe per proteggersi dal caldo. Le scarpe, non sempre indossate dai più poveri che, specialmente nei climi caldi, giravano scalzi, erano semplici suole di cuoio i cui lati venivano ripiegati sul collo del piede e assicurati l'uno all'altro dalle stringhe (cosiddette "turnshoe"), lasciando conseguentemente scoperta parte del piedo stesso: la "scarpa longobarda" era aperta fino all'alluce

Testimonianza scritta sulla moda maschile

Una preziosa testimonianza scritta sulla moda maschile franca del VIII secolo ci viene fornita dalla "Vita et gesta Caroli Magni di Eginardo":

(Latino) «Vestitu patrio, id est Francico, utebatur. Ad corpus camisam lineam, et feminalibus lineis induebatur, deinde tunicam, quae limbo serico ambiebatur, et tibialia; tum fasciolis crura et pedes calciamentis constringebat et ex pellibus lutrinis vel murinis thorace confecto umeros ac pectus hieme muniebat, sago veneto amictus et gladio semper accinctus, cuius capulus ac balteus aut aureus aut argenteus erat. Aliquoties et gemmato ense utebatur, quod tamen nonnisi in praecipuis festivitatibus vel si quando exterarum gentium legati venissent. Peregrina vero indumenta, quamvis pulcherrima, respuebat nec umquam eis indui patiebatur, excepto quod Romae semel Hadriano pontifice petente et iterum Leone successore eius supplicante longa tunica et clamide amictus, calceis quoque Romano more formatis induebatur. In festivitatibus veste auro texta et calciamentis gemmatis et fibula aurea sagum adstringente, diademate quoque ex auro et gemmis ornatus incedebat. Aliis autem diebus habitus eius parum a communi ac plebeio abhorrebat.»

(Italiano) «Carlo Magno vestiva alla maniera del suo popolo, i Franchi. A contatto della pelle metteva una camicia e cosciali di lino, poi una tunica con orlo di seta e calzoni e chiudeva polpacci e piedi in fasce e calzari; d’inverno teneva petto e spalle protetti da una pelliccia di lontra o di altri animali. Portava un mantello azzurro ed era sempre cinto con una daga, con elsa e bandoliera d'oro o d'argento; talvolta aveva anche una spada ornata di gemme ma questo soltanto nelle occasioni solenni o quando venivano ambasciatori dall'Estero. Gli abiti di foggia straniera, anche i più belli, non gli piacevano e non sopportava di indossarli. Soltanto a Roma vestì una tunica lunga, una clamide, e anche dei calzari di foggia romana; ciò avvenne una prima volta su richiesta di Papa Adriano e una seconda volta per preghiera del suo successore Leone. Nelle occasioni solenni si presentava in pubblico con una veste intessuta d’oro, dei calzari ornati di gemme e una fibbia d'oro a chiudere il mantello, e portava anche una corona decorata con oro e gemme; ma nei giorni normali il suo abbigliamento non era molto diverso da quello della gente comune.» (Eginardo, Vita et gesta Caroli Magni, 23)

Abbigliamento femminile Alto Medieovo

clicca sul termine sottolineato per visualizare il suo significato

Durante il Periodo delle Migrazioni, le donne portavano una veste simile al peplo, di lunghezza variabile fermata alla spalla da una fibula, ed una sotto-veste di lana di lunghezza variabile. L'abbigliamento femminile standard nell'Alto Medioevo propriamente detto è una lunga veste manicata di lana con scollatura verticale frontale, solitamente dotata di lacci come un corpetto (quanto meno per le donne in età d'allattamento). I bordi e gli orli, per le donne d'alto rango, potevano essere riccamente decorati da ricami (per esempio opus anglicanum). Sotto alla veste venivano presumibilmente indossate delle calze di lunghezza variabile (tenendo comunque conto del fatto che la lunghezza della veste le avrebbe quasi interamente coperte) ed una sotto-veste parimenti manicata più lunga della sopra-veste per le medesime ragioni evidenziate nell'abbigliamento maschile. In ragione del freddo e delle intemperie, erano poi certamente in uso cappe e/o mantelle. Si ritiene però che la pelliccia non fosse ostentata dalla donna alto-medievale ma utilizzata per foderature anche a mo' di panciotto. Con il diffondersi del cristianesimo, le donne sposate iniziarono a coprire i capelli in pubblico con fazzolettoni, cappucci e mantelline, gettando le basi per lo sviluppo successivo del soggolo. L'uso della fibula resta ampiamente diffuso e testimoniato ma, differentemente dagli uomini, le donne, anche di alto celto sociale, non portano fibule/spille particolarmente sfarzose ed appariscenti

L'abbigliamento femminile nel basso medioevo

Rispetto ai secoli precedenti, l'abbigliamento femminile divenne ancora più morigerato e restrittivo.La maggior parte dei capi che forma l'abbigliamento femminile non differiscono molto da quello maschile per taglio e natura però si osserva una grande varietà di ornamenti,stoffe,colori e accessori. La maggior parte delle donne di ogni estrazione sociale indossava una camicia successivamente chiamata"interula/sotano", lunga sino ai piedi, con maniche lunghe e strette e una cintura in vita. Sopra a questo abito, veniva normalmente indossato il cyclas, o un surcot privo di maniche (esattamente come facevano gli uomini), una veste sagomata lunga fino a metà polpaccio o fino ai piedi che solitamente veniva arricchita ulteriormente con uno strascico. Lo strascico, detto Traiuto, è una parte di una veste, che forma posteriormente una specie di coda che può essere lasciata a contatto del pavimento, o venir sorretta da qualcuno. Esso, però creava delle difficoltà dovute a metri e metri di stoffe che occupavano strade meno agevoli e più pulite delle nostre. Per questo motivo vennero sancite delle leggi che impedirono alle donne di portare vesti e mantelli con strascici più lungi di un metro (severe sanzioni pecuniarie)

Il problema dello strascico:

La veste solitamete aveva un collo rotondo e poteva avere maniche lunghe e strette o a svasare a partire dal gomito dette anche "maniche ad angelo". Gli abiti erano confezionati in seta, velluto e broccati e venivano impreziositi con ricami in lamine d'oro e argento oppure con pietre preziose, tessuti che di certo le donne del popolo delle campagne non potevano permettersi, infatti utilzzavano nei periodi caldi abiti in lino o in cotone invece per i mesi più freddi utilizzavano tessuti in lana.

La tunica poteva essere di due tipi:

Quella normale era una veste semplice lunga fino a metà polpaccio, mentre quella composta, comparsa verso la fine del XIII secolo, aveva il corpetto modellato con rinforzi aderente sul petto. Aveva poi, una larga fascia che sottolineava la vita e una gonna lunga aperta sui fianchi. La vita doveva essere stretta, e le gonne assai ampie e molto ricamate. Il corpetto aveva il compito di slanciare la figura e disegnare la forma dei fianchi, del ventre e della schiena. Aveva una scollatura rotonda, ampia, dalla quale potevano uscire la camicia e le maniche lunghe svasate a partire dal gomito. Gli abiti avevano lunghi strascichi di stoffa preziosa e colorata. che venivano avvolti sul braccio. L'eleganza imponeva che la donna completasse la tunica o la veste con una cintura, di cuoio intrecciato, di seta o di lino, sapientemente allacciata. Si effettuava un primo giro all'altezza della vita, un nodo sulle reni, poi un secondo giro all'altezza dei fianchi, un nuovo nodo all'altezza del bacino ed infine si lasciavano cadere le estremità in due strisce uguali fino a terra.

L'intimo delle donne

Le donne non indossavano le brache ma a volte stringevano il petto con un velo di mussolina a mo' di reggiseno. Nessuno, ricco o povero che fosse, uomo o donna, indossava le mutande, conosciute dai Romani, ma di cui si era perso l’uso. Si pensava infatti, che ostacolassero "il prendere aria" delle loro parti intime.

Come si può ben vedere dalla foto, questo reggiseno conteneva già le due coppe per sostenere il seno, che, nelle scritture di una pergamena, vengono chiamate "borse"; oltre alle coppe, ci sono anche due fasce laterali per sorreggere. Lo scopo di questo indumento non era quello di stringere il seno, anzi l'esatto opposto: l'uso delle fasce consentiva di pressare il seno al torace; forse l'indumento era corredato di una fascia orizzontale posta dietro la struttura. Come si può ben vedere dalla foto, questo reggiseno conteneva già le due coppe per sostenere il seno, che, nelle scritture di una pergamena, vengono chiamate "borse"; oltre alle coppe, ci sono anche due fasce laterali per sorreggere. Lo scopo di questo indumento non era quello di stringere il seno, anzi l'esatto opposto: l'uso delle fasce consentiva di pressare il seno al torace; forse l'indumento era corredato di una fascia orizzontale posta dietro la struttura.

Oltre al reggiseno, lo "slip" ritrovato nel ripostiglio era pressoché identico a quelli attuali.Quindi possiamo confermare che in casi rari la donna utilizzasse l'intimo. Ma come si comportava nel periodo mestruale? Dalle fonti storiche le donne non facevano proprio nulla, lasciavano trascorrere il naturale e fisiologico evento senza neanche tamponare le fuoriuscite, disseminando gocce di sangue ovunque, e a volte sporcando la tunica che portavano; in altre fonti invece, si citano delle "pezze" o tessuti simili a "stracci" appoggiati sul pube; non si sa ancora come venissero mantenute durante i normali movimenti. Le fonti storiche, descrivono dei momenti di disgusto ed imbarazzo della donna in quei giorni. Sebbene l'usanza fosse malvista nel pensiero medievale ed anche in ambito ecclesiastico, non è affatto escluso che ci fossero, anche in questa epoca, donne appartenenti ai ceti medio-alti che ne facessero uso in quei giorni, tralasciando i condizionamenti sociali. Il tessuto di cui era formata questa sorta di biancheria intima femminile, deducibile dalle immagini risalenti al XIV e XV secolo, era molto probabilmente il lino o al massimo il cotone, in un unico pezzo di stoffa sufficiente a coprire appena le natiche e il pube, stretto sui fianchi da sottili lacci, come testimoniano quei pochi esemplari ritrovati.

Surcoat

interula

Intimo

Il mantello femminile era una pellegrina semicircolare che non veniva chiusa sulla spalla come quella degli uomini ma sul petto. A partire dal XII secolo i mantelli vennero chiusi con doppi bottoni che si infilavano in due occhielli e potevano essere sferici, piatti, di cuoio o di tessuto, d'osso, di corno, d'avorio o di metallo. Il mantello si prestava ad una grande varietà di invenzioni quanto alla forma, alla lunghezza, alla decorazione, alla materia usata.

Le donne erano solite usare il profumo?

Fino al Rinascimento, l’uso dei profumi alla violetta, alla lavanda, al fiore d’arancio si diffonde presso le dame nobili o fortunate e quelle eleganti nascondono sotto le loro vesti o nella biancheria sacchetti profumati. Nel 1347, un vascello genovese di ritorno da un viaggio sulle coste del Mar Nero, riporta con sé la peste. Nel giro di un anno tutta l’Europa è contagiata: aspersioni, fumigazioni e vini aromatizzati sono utilizzati per lottare contro il contagio. Uomini e donne inalano materie aromatiche preziose contenute in palline odorose, chiamate anche mele di musc o di ambra, in seguito pomanders. Per purificare e profumare le case si bruciava dell’alloro o del rosmarino nei camini e si cosparge il pavimento di erbe odorose. A Salerno si scoprì la distillazione dell’alcool. Sostituendo l’olio come eccipiente del profumo, questo liquido volatile e neutro trasformava radicalmente la profumeria: nacque così la profumeria alcolica. Cinquant’anni dopo, verso il 1370, la regina Elisabetta di Ungheria ispira il primo nome di un profumo: l’acqua di Ungheria, un estratto di rosmarino e di lavanda a base di alcool. Secondo la leggenda, l’eremita che compose questa fragranza e che la presentò alla regina le assicurò anche che avrebbe mantenuto intatta la sua bellezza fino alla morte. Apparso verso la fine del 16° secolo, l’aceto aromatico è tradizionalmente una miscela di aceto al quale si aggiungono in proporzioni variabili prodotti odorosi naturali e freschi, solitamente essenze di fiori e di frutti. Il prodotto, dall’aroma intenso viene utilizzato come rimedio contro i malanni: se ne fanno solitamente inspirare i vapori alle dame che svengono, per rianimarle.

pomanders

Che scarpe utilizzavano le donne?

Per quanto riguarda le calze erano simili a quelle degli uomini però arrivavano all'altezza del ginocchio ma sempre sorrette da giarrettiere e dalle fibie, perché non potevano essere agganciate alla cintura delle brache. Le scarpe erano di vario tipo: alte o basse, chiuse o aperte, con o senza linguetta, di cuoio, di feltro, di tessuto, foderate di pelliccia. La moda preferiva i piedi piccoli, i tacchi abbastanza alti, il passo ondeggiante e accuratamente studiato. Per quanto riguarda le scarpe ve ne erano di vario tipo, di cuoio, di feltro, o di stoffa foderata di pelliccia e dovevano essere abbinate per stoffa e colore all’abito indossato. Per le donne nobili dovevano essere alte sia sul tacco che sulla punta questo perché non avendo strade pulite e asfaltate e trascinandosi dietro metri e metri di stoffa l’altezza delle scarpe faceva sì che le vesti toccassero terra il meno possibile. Sempre per questo motivo si arrivò ad aggiungere degli strati di legno sotto le scarpe per aumentarne appunto l’altezza. Le donne del popolo invece preferivano le scarpe basse chiuse alla caviglia o allacciate con un passante.

Le scarpe da donna erano uguali a quelle degli uomini, ovviamente alcuni modelli erano esclusivamente femminili, ma si distinguevano anche a seconda del ceto sociale, quindi se popolana oppure nobile. Le più note scarpe medievali femminili erano le Turnshoes. Queste scarpe erano costruire con uno spessore maggiore e di pelle leggera. Mentre per le popolane, erano costruite con una pelle di bassa qualità o comunque di lana o pelliccia a seconda dei periodi. E' un tipo di scarpa in pelle utilizzata durante il Medioevo . Questo tipo di scarpa nasconde la cucitura principale tra la suola e la tomaia, prolungando la vita della scarpa e inibendo la fuoriuscita di umidità attraverso la cucitura. I turnshoes erano più spesso realizzati in casa

turnshoes

Come abbiamo visto in precedenze la pettinatura variava secondo l'età: le fanciulle e le donne più giovani portavano i capelli divisi da una riga al centro e due trecce che scendevano sul petto, talvolta lunghe fino alle ginocchia, o ulteriormente allungate da pendenti appesi a ciascuna estremità. Dopo il 1200 la moda delle lunghissime trecce tende a scomparire per lasciare il posto a capelli più corti tenuti fermi da un cerchietto e lasciati liberi sulle spalle. Prima di uscire di casa o di entrare in chiesa ci si copriva la testa con un velo di lino o di seta, importato in Italia dai crociati. Di solito esso era molto lungo e copriva non solo il volto ma anche le spalle e un diadema lo incollava alla fronte. Portavano anche immensi cappelli a cono con velo:e per questo portavano i capelli raccolti in una rete dorata,

E l'abbigliamento maschile?

L'abbigliamento maschile di base era quasi uguale per tutti: camicia abbondante che poteva servire di giorno e di notte,infilata in un paio di pantaloni aderenti lunghi fino ai ginocchi e sui quali si indossava una tunica comoda che permetteva la più ampia libertà di movimenti, fermata alla vita da una cintura dalla quale pendevano: un mazzo di chiavi, un pugnale, gli attrezzi da lavoro, una borsa per il denaro (le tasche non erano ancora state inventate). Per uscire si metteva sopra un mantello. La camicia, che si indossava sotto la veste, era una specie di tunica chiusa sui lati e aperta in basso davanti e dietro, lunga fino a metà polpaccio e con le maniche strette ai polsi: ricadeva sopra le brache e le calze. Bianche, di lino o di seta, le camicie più belle avevano i polsi e il colletto ricamati e la pettorina lavorata. D'inverno, fra la camicia e la veste si infilava una specie di lungo panciotto senza maniche, un capo di lusso, caldo e comodo, costituito da una pelliccia cucita fra due stoffe

Le brache

Le brache erano il solo capo d'abbigliamento riservato esclusivamente all'uomo. Si trattava di calzoni di tela sottile lunghi fino alle caviglie e che potevano essere stretti, a sbuffo o pieghettati. Erano strette in vita da una cintura di tessuto o di cuoio alla quale si appendevano la borsa, le chiavi e talvolta delle specie di giarrettiere che reggevano le calze. Queste ultime arrivavano fino a metà coscia, erano morbide, aderenti alla gamba, e potevano essere di tela, di maglia di lana, e anche di seta. Erano di colore scuro, tranne quelle da cerimonia, che avevano righe orizzontali di colore contrastante.

Subtitle

La tunica era l'abito aristocratico per eccellenza: simile a un abito, poteva essere di lana o di seta, aveva un'ampia scollatura, che permetteva di infilarla dalla testa. Le maniche arrivavano a metà braccio o poco sotto ed erano molto larghe e la gonna, ampia, pieghettata e aperta davanti e dietro, arrivava fino ai piedi. Era chiusa in vita da una cintura. Anche il mantello era un indumento riservato ai nobili, che poteva essere di vari tipi. La forma più comune era quasi a ruota, di mezza lunghezza e senza maniche. In genere era di tessuto pesante foderato di pelliccia, ricamato e ornato di frange; aveva un apertura laterale e si chiudeva sulla spalla destra per mezzo di un fermaglio o di un legaccio.

L'ultimo capo d'abbigliamento era costituito dai guanti, di cui tutti facevano grande uso. Erano di maglia di lana, di pelle o di pelliccia. Molto aderenti alla mano, si allargavano verso i polsi e coprivano di solito buona parte dell'avambraccio. Era un capo di vestiario che si offriva spesso in dono e che possedeva un grande valore simbolico: consegnare il proprio guanto al signore era un segno di omaggio, gettarlo un segno di sfida. Si toglievano per entrare in chiesa o per stringere la mano a qualcuno.Chi però credesse che dall’abito non si potesse distinguere il ricco dal povero, sbaglierebbe. I nobili inoltre portavano gioielli, catene d’ oro e abiti colorati e sontuosi. Portavano cappelli con foggia (lunga coda), i loro capelli erano accuratamente tagliati ed il loro viso era rasato; portavano inoltre un farsetto molto corto, sulle gambe indossavano una calzamaglia aderente di un tessuto tagliato di traverso; come calzari portavano scarpe a punta che raggiungevano a volte i 46 cm,e le cui punte venivano imbottite di muschi per mantenere la forma.

Nemmeno i ricchi, però, avevano molti vestiti; anche in casa dei nobili, chi avesse cercato ampi armadi cui appendere molti e vari vestiti, sarebbe rimasto deluso: scarsi, poco più dell’indispensabile, gli abiti “di tutti i giorni" e senza troppi ornamenti; rarissimi quelli sfarzosi, tanto che a volte capitava che anche i più potenti feudatari lasciassero in preziosa eredità ai figli il loro abito di cuoio. I panni non li tenevano appesi negli armadi, ma li riponevano piegati entro grandi cassoni di quercia che avevano fregi e graffiti su fondo nero, rosso e dorato. Per uscire gli uomini indossavano una mantellina che li riparava dalla pioggia e dalla neve in mancanza dell’ombrello. In testa portavano un cappello a punta o un berretto di feltro o pelle. Poiché non esistevano i bottoni, si faceva largo uso di fibbie, cordoni e lacci.

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Abbigliamento dei cavalieri

Inizialmente l'armatura dei cavalieri era costituita da una cotta di maglia: una specie di tunica fatta di tanti, piccoli anelli di ferro fittamente collegati fra loro.Dapprima copriva solo il corpo, ma durante il XII secolo si cominciarono a proteggere anche braccia e gambe aggiungendo alla cotta maniche e cosciali di maglia metallica La cotta era molto pesante - da 9 a 14 Kg - e aveva un inconveniente: dato che era flessibile nel caso si ricevessero colpi forti, gli anelli, anche se non si rompevano, penetravano attraverso il tessuto della camicia sottostante e provocavano dolorose contusioni e qualche volta anche gravi fratture. Per risolvere il problema si cominciò a portare una sottocotta imbottita e trapuntata avente il compito di smorzare i colpi. Sotto l'elmo si portava un'infula, cioè una cuffia imbottita anche essa metallica, mentre il collo poteva essere protetto da una gorgiera in cuoio, oppure si potevano proteggere sia la testa, sia il collo con un cappuccio di maglia metallica. A volte si indossava anche una stola imbottita sopra la cotta e si proteggevano le mani con manopole imbottite, che potevano attutire i colpi.

L’uso delle piastre di ferro era molto diffuso nel Trecento, ed è solo nel secolo successivo che si cominciarono a portare armature metalliche complete, sagomate in maniera da proteggere ogni parte del corpo e tali da permettere che le punte e le lame scivolassero sulle loro superfici levigate- Le armature a piastra potevano raggiungere un peso complessivo intorno ai 25 kg, ma ben distribuito che consentiva ai cavalieri di combattere e montare a cavallo senza particolari problemi. Alcune piastre erano incernierate e potevano ruotare una sull’altra, altre erano unite da perni che scorrevano in un’asola.

Abbgliamento dei contadini

L’abbigliamento tipico dei contadini era costituito da una camicia, una tunica di lana, di lino o di canapa filata in casa, che copriva anche i fianchi, un mantello, talvolta foderato di pelle di montone. spesso con un cappuccio, calzoni di tela grezza trattenuti in vita da una robusta cinghia di pelle.Indossavano calze fabbricate con fasce di tela grossolana zoccoli di legno o scarpe legate sopra la caviglia. I vestiti erano di colore anonimo, grigio o scuro. Le donne vestivano in maniera simile: portavano una lunga tunica, grembiule, fazzoletto da testa, oppure un guarnello; (una veste scollata e senza maniche), mantello, velo (o altro copricapo), calze e scarpe (spesso zoccoli in legno).Quando non erano occupate nei campi, erano impegnate nei vari lavori domestici: accudire i figli, filare e tessere, oppure curavano gli animali da cortile. Di solito i contadini possedevano un abito da lavoro e uno da festa. Di sovente la stessa veste veniva disfatta, ritagliata e ricucita molte volte, per ricavarne maniche o abiti per i bambini o regalati ai mendicanti. Tutti portavano calze o calzamaglia di lana.Invece della sopravveste intera, le donne spesso usavano corsetti e gonne per poterli sostituire con minore spesa quando si fossero logorati. La biancheria intima era costituita da un ampio camiciotto di lino. Gli abiti erano molto comodi per lavorare e dovevano durare anni.

Come si vestivano i religiosi?

Nel Medioevo l'abito aveva un alto valore simbolico, i diversi gruppi si differenziavano anche per la veste che indossavano. Così, ad esempio, i Frati Minori o francescani indossavano una tunica color grigio cinta in vita da una corda e sandali senza calze. Questo perché Francesco (figlio di un ricco mercante) avendo deciso di vivere in povertà aveva scelto di indossare un abito la cui forma ricordasse la croce e che fosse realizzato con la stoffa più povera che esistesse, cioè la lana grezza non tinta. Anche per i monaci ed i frati di altri ordini l'abito da indossare era stabilito dalla regola che seguivano che ne fissava forma, tipo di stoffa e colori. In ogni caso si trattava di abiti semplici ma funzionali, adatti al lavoro anche manuale che essi dovevano affrontare. Normalmente avevano calzature, calze e due tuniche leggere per l'estate; lo stesso, in tessuti pesanti, per la stagione fredda. Se rivolgiamo lo sguardo alle più alte cariche della Chiesa la situazione ci appare molto diversa. -Il vescovo - Il cardinale

Tutti questi signori ecclesiastici esibivano sia nel modo di vivere, sia nel vestire, un lusso poco "adatto" al loro ruolo di capi spirituali. Si circondavano di un seguito di cavalieri riccamente vestiti con stoffe preziose che spesso riproducevano i coloridello stemma familiare del loro signore. Nella vita pubblica indossavano l'abito ecclesiastico, che nel caso dei cardinali era rosso, ma spesso anche abiti preziosi e gioielli di gran valore. Inoltre era sconosciuto l’uso del fazzoletto. Molte di queste nozioni sulla moda medioevale non valgono per i paesi del Nord (come Svezia, Norvegia o Danimarca) o per le popolazioni orientali (Gerusalemme) dove ci si vestiva diversamente per comprensibili motivazioni climatiche.

Abbigliemnto delle suore medioevali

Le suore portavano il soggolo, un ampio copricapo di tessuto leggero che nascondeva completamente i capelli, le tempie, il collo e la parte superiore del petto. Esse indossavano una veste semplice. Le anziane indossavano un altro abito e un altro velo. Qualora la novizia avesse preso i voti avrebbe indossato l’abito delle vere e proprie monache. Avevano solitamente due abiti: i quali erano la sotto tunica bianca e la tunica vera e propria, scura, sopra la prima. L’abito delle suore non è sempre stato scuro. Gli abiti chiari, sul grigio, vengono utilizzati presso alcuni monasteri nel nord-ovest europeo, come in Irlanda

Neonati e bambini

Il primo anno di vita Il primo anno di vita dei bambini era una vera e propria tortura: dalla testa ai piedi venivano tutti strettamente avvolti nelle fasce, in tal modo si cercava di tenere caldo il loro corpo e contemporaneamente prevenire o correggere le malformazioni scheletriche, tanto frequenti nei secoli passati. Poi via via che il bambino cresceva gli venivano sfasciate prima le braccia, poi il tronco ed infine le gambe. Da 1 a 5 anni di età Da ora in poi fino quasi a 5 anni i bambini indossavano una veste lunga, cioè una tunica molto semplice, generalmente a tinta unita (nera, rossa, marrone), con spacchi laterali per facilitare il movimento delle gambe. Ma il vero emblema dell'abbigliamento infantile furono le dande, quelle strisce di tessuto che scendevano dalle spalle sulla schiena del bambino: sembra che servissero per insegnare ai bimbi a muovere i primi passi impedendo loro di cadere, ma furono utilizzate specialmente con uno scopo decorativo, dal momento che continuarono ad essere conservate negli abiti di bambini che di aiuto per camminare non ne avevano più certo bisogno. La consuetudine di vestire i bambini maschi e femmine con la vestina lunga o con la sottana liscia o a pieghe, senza alcuna distinzione di sesso, rimase inalterata fino ai primi del Novecento. Da 5 anni di età in poi Ad un certo punto il bambino, quando arrivava verso i 5 - 6 anni di età, abbandonava l'abito infantile per entrare nell'età adulta ed indossare vestiti adatti al suo nuovo stato all'interno della famiglia: questo tipo di abbigliamento si rifaceva alle fogge degli adulti, riproducendo in miniatura le mode, maschili e femminili, che mutavano nel corso dei secoli a seconda del cambiamento politico che si verificava e dei gusti e le abitudini della nazione che in quel momento dominava l'Europa. In verità questo rito di passaggio, che dalla veste lunga portava all'abito "da grande", era più evidente e marcato per i maschi, che lasciavano la "sottana per indossare le braghe"; le femmine, invece, continuavano a vestirsi come le loro mamme (senza più grembiule e dande), ingabbiate in crinoline e guardinfante, strette in rigidi corsetti, irrigidite da lamine di metallo e stecche di balena, inamidate come le alte ed ingombranti gorgiere. Queste complicate forme di abbigliamento erano in stridente contrasto con la natura gioiosa che l'infanzia avrebbe dovuto incarnare. I bambini erano considerati dei piccoli adulti e come tali dovevano vestirsi e comportarsi.

La svolta decisiva si incominciò lentamente ad ammettere un nuovo modo di vestire i propri figli, pensando soprattutto alle loro diverse esigenze; e allora, dalla seconda metà dell'Ottocento, si eliminò dal guardaroba infantile, ad esempio, i cerchi delle sottogonne, si adottarono gonne corte, tessuti più leggeri e tinte pastello. Ormai si stava facendo strada la tendenza a realizzare capi di abbigliamento appositamente creati per l'infanzia. Si insistette maggiormente su tre tipi di abiti, che continueranno per lungo tempo a condizionare i gusti di tutta l' Europa, diventando quasi il segno distintivo dell'infanzia: - il vestito alla marinara: una blusa blu o bianca rimborsata in vita con grande collo di piquet bianco quadrato dietro ed ornato da ancore o da galloni militari; venne indossato da entrambi i sessi, con la variante femminile della gonna a pieghe. Comune a tutti era il cappello alla marinara, nella versione invernale come berretto di lana con pon pon, ed estiva in paglia a tese larghe con nastro intorno alla cupola decorato con motivi marinari. Era consigliato per bambini dai 5 agli 8 anni. -il vestito da "piccolo lord" pantaloni al ginocchio, lunga marsina, collare e polsini di pizzo detto anche "alla paggio", perché liberamente ispirato alla mode dei paggi della corte francese del secondo quarto del seicento, che si rifà all'abbigliamento del protagonista del classico della letteratura per ragazzi - il vestito alla Eton: calzoni lunghi e giacca corta alla vita con punta al centro dietro la schiena.

Conclusione: Il bambino di oggi si veste in ogni momento della giornata con un abbigliamento comodo e pratico: jeans, felpa e scarpe da ginnastica; l'abito elegante, invece, è riservato alle poche occasioni ufficiali che scandiscono la vita umana, come battesimi, comunioni e cresime, matrimoni o anniversari. Solo in queste situazioni sentiamo ancora qualche eco dell'abbigliamento dei tempi passati, tradizionali vestiti in velluto, colletti di pizzo alla paggio, oppure compassate giacche inglesi alla Eton. Ma purtroppo anche la falsa semplicità dell'abbigliamento cosiddetto "casual" nasconde, spesso, una eccessiva ricerca della "griffe", rivelando una ostentazione non più di ricchezza e potere come era nei secoli passati, ma di una omologazione a dettami di pura esteriorità che la società propone e che sembrano dare una sicurezza che in realtà non c'è.

L'abito da sposa

Nei ceti alti l’abito era commissionato o fatto interamente indosso alla sposa dalle sue ancelle o serve. Anche qui non era bianco il colore dell’abito. La sposa nobile in genere faceva il bagno, indossava della biancheria pulita e poi indossava l’abito. Il capo era acconciato in trecce attaccate al capo e coperte da un copricapo magnificamente lavorato a mano. L’abito variava anche secondo il tempo e della moda. Nelle case principesche l’abito era sontuoso e in tessuti preziosissimi. In questi casi la sposa era affiancata durante l’ascesa all’altare da damigelle vestite tutte ugualmente e coronate da fiori di campo.

Nei ceti bassi l’abito era molto semplice, talvolta era un abito aggiustato o prestato da un’amica o dalla madre della sposa a quest’ultima. Non era bianco e veniva in genere posto sul capo della ragazza una coroncina di fiori. L’età media del matrimonio per una ragazza povera era piuttosto bassa e coincideva con il pieno compimento dello stadio adolescenziale.

L’abito nuziale non segue regole precise: la sposa indossa il più bello che la famiglia può permettersi. Essendo un abito che sarebbe stato utilizzato anche in futuro, nelle occasioni più speciali, le tinte predilette erano prevalentemente quelle con colori caldi, spesso veniva usato il rosso in quanto ritenuto propiziatorio alla nascita, e pesanti per riparare dal freddo, mentre le fogge dei vestiti divennero molto varie, pur mantenendo una certa semplicità. Lo strascico, però, appare solo attorno al XVI secolo entrando anch’esso a far parte degli “indicatori” sociali: più lo strascico era lungo, ricco e decorato, più era indicatore di ricchezza e prestigio. Strascico che, lungo o corto che sia, è sopravvissuto nel tempo, rimanendo uno degli elementi essenziali dei vestiti da sposa.

Come per lo strascico, anche le maniche erano emblema della posizione sociale della famiglia: venivano ampiamente decorate e non mancavano casi in cui, nello stesso tessuto, venissero incastonate delle pietre preziose. Le maniche, solitamente molto attillate, costituiscono un vero e proprio tesoro per via dei sontuosi ricami e delle pietre preziose incastonate. Il primo abito da sposa documentato è quello della principessa Filippa che indossò una tunica e un mantello di seta bianca bordati di pelliccia di vaio e di ermellino. Ma questo non significa che non esistesse già negli anni precedenti

Rimase perciò il colore prediletto per tutto il Medioevo, Rinascimento compreso. In Italia, tra Trecento e Quattrocento l’abito nuziale tipico era composto da una veste (la cotta) con una sopravveste che, a seconda delle fattezze e della preziosità, assumeva nomi differenti: dalla più comune guarnacca alla giornea, per terminare con la più ricca: la pellanda. Nel Cinquecento si iniziò a separare l’abito in due pezzi all’altezza della vita, per cui il vestito scelto per le nozze prevedeva un corpetto sopra il busto a stecche, da cui partiva una gonna larga a strascico e una camicia ricamata. Lo strascico degli abiti, assieme alle maniche, era un indicatore sociale: più lo strascico della sposa era lungo e lavorato, più simboleggiava la ricchezza e il prestigio della famiglia, perciò fu spesso colpito dalle leggi suntuarie.

L'importanza del colore rosso

La caratteristica comune degli abiti nuziali delle donne ricche dell’epoca era senz’altro la qualità e il disegno dei tessuti. I vestiti scelti per le nozze, talvolta pesantemente tassati, erano costituiti da tessuti pregiatissimi: seta cinese, taffetà, bottoni incastonati di gemme, velluti, broccati e damaschi, decorati da preziosi ricami, gioielli e cinture. Molto apprezzate erano le pellicce, una su tutte quella di ermellino. Il colore più utilizzato era il rosso. Il rosso era il simbolo della potenza creatrice e quindi della fertilità, ma soprattutto, i tessuti di colore rosso erano in assoluto i più apprezzati e costosi. All’epoca non era di certo una novità il colore rosso: rosso era stato il colore del flemmum romano, quello dei mantelli delle regine longobarde così come quelle bizantine.

Il colore bianco nell'abito da sposa

Il colore bianco, in relazione ad un abito, è presente nella nostra storia sin dai tempi più antichi. Si pensi solo al fatto che le donne romane e greche andavano a sposarsi con una tunica bianca donata dalla famiglia, annodata sul davanti. Ma esso non compariva solo nei matrimoni: in ogni cerimonia ufficiale esso era presente, in quanto simbolo di gioia. Per quanto riguarda le spose, veniva scelto il bianco, in quanto questo colore stava ad indicare il prestigio economico della famiglia di appartenenza. Nel tempo, soprattutto nel periodo medievale, esso assunse anche il significato di purezza e castità, caratteristica importantissima per qualsiasi fanciulla che si apprestasse al matrimonio. Questa tradizione subì una battuta d’arresto solo intorno al secolo XII, periodo in cui si desiderava sfoggiare la propria ricchezza con vestiti dorati, con ornamenti preziosi, per poi tornare ad imporsi negli anni a seguire, arrivando fino ai nostri giorni. Nel Medioevo il velo da sposa era fatto di tanti strati di lino sovrapposti, fissati alla testa attraverso fili d’oro e di perline. In passato, e per tutto il corso della storia in cui i matrimoni sono stati combinati, lo scopo del velo da sposa è stato funzionale più che decorativo: il vero scopo del velo era quello di nascondere la sposa dalla vista del futuro marito fino a compimento della cerimonia, ed evitare che lo sposo venisse meno all’impegno preso, mandando all’aria nozze e interessi ad esse legati. Nel Rinascimento anche il velo si adeguò ad una mentalità che prevedeva sfarzi e lussi per la cerimonia nuziale: il velo divenne così un lungo strascico che avvolgeva e proteggeva la sposa; era ancora colorato e realizzato in tessuti preziosi.

Il velo

Dipinito di Jacopo di Chimenti

In questo bel dipinto di Jacopo di Chimenti che ritrae il matrimonio tra Caterina de’ Medici e il futuro re Enrico II di Francia, si può ammirare sia l’opulenza delle maniche, rigonfie e arricciate sull’avambraccio e strette sotto, sia la ricercatezza dei tessuti broccati (una tipicità delle botteghe fiorentine). La scollatura ampia e quadrata tipica dell’epoca, è coperta da una camicia a collo alto. Nel quadro si intravede anche lo strascico della sposa.

“Nozze di Caterina de’ Medici con Enrico di Valois”, Jacopo di Chimenti, 1600; Galleria degli Uffizi Firenze.

Le acconciature delle donne medioevali

Nel XIV secolo infatti i capelli,le acconciature, e i copricapi sono usati con metodo e precisione. Le adolescenti e le giovani donne non fidanzate sono le uniche a potersi permettere il lusso dei capelli portati sciolti sulle spalle, inoltre tale acconciatura, era il massimo del fascino femminile, ritenuto da alcuni predicatori quasi diabolico. Solo coloro che erano senza un fidanzato o un marito, ma al contempo ne erano alla ricerca, potevano permettersi l'uso di questa "arma". I colori dei capelli era sicuramente diverso a seconda dell'area geografica di provenienza, spesso le donne medievali, erano già al tempo capaci di tingersi i capelli per poter cambiare la colorazione che più le si addiceva, pertanto i procedimenti di tintura dei capelli erano simili a quelli usati per le stoffe. Il più semplice per quello che conosciamo è di esporsi al sole con la testa cosparsa di infuso di camomilla, per ottenere una colorazione bionda o quasi, ma bisognava esporsi con il viso coperto da un cappello di paglia per evitare tracce di abbronzatura (la cupola del copricapo veniva tagliata per consentire l'uscita dei capelli). Da questo si passava a combinazioni di erbe, acidi e a volte a sali metallici che schiarivano il capello ossidandolo.

Le bionde a capo coperto o con i capelli corti, erano donne sposate. I capelli delle donne a volte venivano tagliati subito dopo il matrimonio o dopo qualche anno. Questo accorgimento doveva servire a mantenere viva la passione del marito almeno per tre o quattro anni dopo il Sacro Vincolo. Di conseguenza la donna, privata del suo prezioso ornamento, rinunciava simbolicamente alla vanità femminile. Tale usanza era comune alle donne religiose ed è rimasta in uso per tantissimo tempo, fino quasi ai giorni nostri. Il velo è l'acconciatura più comune nell'epoca medievale, copre i capelli ma lascia scoperto il viso, questo perché sia per l'uomo che per la donna, portare il copricapo (l'uomo portava l'infula) era sinonimo di pulizia della capigliatura. I copricapi erano realizzati in lino, seta, cotone e lana con filature e tessiture differenti. Man mano che l'età avanza, al velo si aggiunge un complicato intreccio di bende che fa prendere all'acconciatura nel suo complesso il nome di Soggolo. Le bende sono realizzate negli stessi materiali dei veli, solitamente bianche e più consistenti del velo stesso. Agli occhi degli uomini, la loro funzione è quella di nascondere il viso invecchiato dallo scorrere del tempo.

Nel XVI secolo il periodo del Rinascimento le donne delle classi alte osarono veramente al limite con le acconciature: arrivavano a strappare capelli all’attaccatura della fronte per dare l’aspetto di un fronte più alta! Ciò che oggi si fa con le sopracciglia. Il resto dei capelli erano ben tirati indietro per mostrare le acconciature elaborate del giorno. Questa era una pratica comune in Europa, mentre le signore dell’alta borghesia d’Italia preferivano coprire l’attaccatura dei capelli con turbanti, veli e gioielli. Per colorare i capelli utilizzavano sia zafferano che bucce di cipolla! Intorno al XVII secolo, la Regina Elisabetta fu la principale icona femminile che portò le tendenze dell’epoca. La sua carnagione bianco latte e le trecce rosse portarono le donne di tutto il mondo a correre dietro ad abbondanti quantità di cipria bianca e a parrucche rosse. Per ottenere un colorito pallido utilizzavano piombo bianco, altamente velenoso, luminoso, con l’aggiunta sulle guance di rosso, il tutto ricoperto da un sottile strato di albume per legare tutto insieme e si era pronti alla festa. Le acconciature durante il periodo rinascimentale sono molto sfarzose ed elaborate, rispetto al precedente periodo medievale, dove le donne portavano i capelli semplicemente sciolti o legati da una treccia con nastri o una coroncina di fiori. Le donne rinascimentali amano i capelli raccolti sul davanti, abbastanza tirati e sciolti dietro cadenti a boccoli, riempiti di nastri e gioielli. A volte raccolti da una retina a volte intrecciati in una maniera indescrivibile. Le donne sposate avevano i capelli raccolti completamente e coperti da veli o retine, mentre le celibi e le spose portavano i capelli sciolti.

E i ceti popolari? Con la caduta dell’impero romano, l’abbigliamento nuziale smise di avere delle caratteristiche specifiche e, tra i meno abbienti così come tra i più ricchi, si diffusero le tinte accese (anche se di certo non il rosso). La caratteristica principale dell’abito nuziale popolare stava nel tessuto e nel colore ma non nella foggia: non avreste potuto distinguere l’abito della sposa dalla sua veste da lavoro se non da questi dettagli.

Il vestito da sposa delle ceti popolari del Medioevo

Il primo abito bianco

La prima sposa nella storia ad indossare l’abito bianco fu la principessa Filippa d’Inghilterra nel 1406, nel suo matrimonio con Erik di Danimarca: si trattava di una tunica con un mantello di seta bianca bordati di pelliccia. Ma quello che fece più scalpore fu senz’altro l’abito nuziale di Maria Stuarda, la giovanissima (e sfortunata) regina di Scozia. Nel 1558 per le sue nozze con Francesco II di Francia, Maria decise di rompere con la tradizione e indossare un abito completamente bianco. Non si conoscono le ragioni di questa preferenza, probabilmente fu una scelta dovuta alla giovane età della sposa (aveva 16 anni), in ogni caso non mancarono le polemiche: in Francia il bianco era considerato colore delle regine in lutto. Molti considerano questo evento un presagio, visto che il re di Francia sarebbe morto due anni dopo le nozze.

A differenza dei ceti abbienti, i popolani rimasero per secoli esclusi dal grande gioco della moda, troppo costoso per le loro povere tasche. Le loro fogge vestimentarie quindi, rimasero sostanzialmente identiche per secoli. Tra il Trecento e il Quattrocento le spose più povere indossavano le migliori vesti che la famiglia poteva permettersi, con tessuti di qualità scadente ma arricchiti da tinture dai colori vivaci. Il pezzo più pregiato del completo nuziale era lo sciugatoio toscano, ovvero il fazzoletto per ornare il capo, che le più fortunate avevano in pizzo o seta (sebbene di qualità mediocre). Le donne del contado fiorentino con qualche soldino in più, potevano permettersi cinture di seta ricamate d’argento, così come quelle romane che al sciugatoio sostituivano il maccagnano: un fazzoletto per la testa talvolta ornato di perle. Solo con l’Istituzione dell’Immacolata Concezione il popolo tornò ad adottare un abbigliamento nuziale specifico, quello bianco.

Filippa d'Inghilterra e Erik di Danimarca

La maschera dello speziale

Con abito del medico della peste ci si riferisce all'abbigliamento utilizzato un tempo dai medici per proteggersi dalle epidemie. L'abito era costituito da una sorta di tunica nera lunga fino alle caviglie, un paio di guanti, un paio di scarpe, un bastone, un cappello a tesa larga e una maschera a forma di becco dove erano contenute essenze aromatiche e paglia, che agivano da filtro e che avrebbero dovuto (secondo le credenze mediche dell'epoca) impedire il passaggio degli agenti infettanti

L'uso di rudimentali maschere protettive è attestato a partire dal XIV secolo quando i medici, durante le epidemie, iniziarono a indossare particolari maschere a forma di becco, tenute ferme alla nuca da due lacci. Oltre alla maschera a forma di becco, già esistente in Italia e in uso soprattutto a Roma e Venezia, venne ideata una veste idrorepellente in tela cerata lunga fino ai piedi, comprensiva di guanti, scarpe e cappello a tesa larga. La maschera era una sorta di respiratore: aveva due aperture per gli occhi, coperte da lenti di vetro, due buchi per il naso e un grande becco ricurvo, all'interno del quale erano contenute diverse sostanze profumate (fiori secchi, lavanda, timo, mirra, ambra, foglie di menta, canfora, chiodi di garofano, aglio e, quasi sempre, spugne imbevute di aceto). Lo scopo della maschera era di tener lontani i cattivi odori, all'epoca ritenuti, secondo la dottrina miasmatico-umorale, causa scatenante delle epidemie, preservando chi l'indossava dai contagi.Come accessorio, inoltre, esisteva un bastone speciale, che i medici utilizzavano per esaminare i pazienti senza toccarli, per tenere lontane le persone e per togliere i vestiti agli appestati.

La moda oggi

Oggi la moda, soprattutto quella seguita dai giovani, è basata sul “casual”, sull’improvvisazione, sull’invenzione creativa. Potremmo definire la moda come la tendenza dell’uomo ad appartenere ad un gruppo sociale che condiziona e permette di catalogare ogni individuo. Ad esempio tra i giovani il fatto di entrare a fare parte di un gruppo sta a significare anche l’acquisizione di caratteristiche particolari come il modo di vestire che lo rendono simile agli altri. La moda di oggi è cambiata parecchio rispetto a quella del passato. Oggi i ragazzi indossano camicie strette o tute larghe, jeans larghi strappati e scarpe da ginnastica nere o bianche. Le ragazze indossano magliette corte o felpe, jeans a vita alta o leggins, scarpe da ginnastica o stivaletti e capelli legati.

Approfondimento

La bellezza nel medieovo

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Secondo Marie de France, la damigella ideale doveva avere queste qualità: “Ha il corpo ben fatto, i fianchi stretti, il collo più bianco della neve su un ramo. I suoi occhi sono grigio-azzurri, il viso chiarissimo, la bocca gradevole ed il naso regolare. Ha le sopracciglia brune, la fronte ampia, i capelli ricciuti e biondissimi. Alla luce del giorno sono più luminosi dell’oro.”

Per levigare e rendere di velluto la pelle del corpo, le donne di Firenze si servivano dell’abilità di professioniste che si recavano a domicilio. Lo strumento adoperato, per raggiungere i risultati desiderati, era una spatola di legno e vetro che veniva ripetutamente strofinata sulle parti da trattare.Questo tipo di peeling è niente rispetto alla depilazione, attuata con i sistemi riportati su un libro addirittura antecedente al XIV secolo: “Un depilatorio che cava i peli sicché mai rinascano in tempo alcuno: in una scodella di terra metti calce viva e sei parti d’acqua; e stia la calce in detta acqua tre dì. Poi secca la detta calce in una pignatella e rimetti sei parti d’acqua e una di parte di orpimento (arsenico di color giallo oro) e stia tanto al sole che sia ben forte. E assaggialo con piuma di gallina e se è troppo forte, temperalo con acqua; e se non pelasse e fosse troppo chiaro, metti calce e orpimento in parti uguali; e sarà fatto”.Gli ingredienti di base di questa comune ricetta depilatoria del 1300 erano quindi arsenico e calce viva, o addirittura l’inserimentodi aghi roventi nel bulbo pilifero.La pelle del viso e i capellierano considerati i punti di forza del fascino femminile ed erano quindile parti del corpo cui ci si dedicava di più.Per mantenere il viso pulito, giovane e dall’aspetto radioso, ci si affidava a ricette di bellezza riportate su antichi manualio derivate dalla saggezza popolare; l’acqua, addizionata con ingredienti naturali, era alla base della pulizia della pelle.

L'estetica medievale

Anche le parrucche erano malviste perchè si temeva che potesseroimpedire alla benedizione di giungere sulla testa. Anche gli uomini non erano esenti di ingiurie se si scoprivano a curarsi capelli, la barba, o se si facevano il bagno; Tra le donne sassoni era noto l'uso del rossetto e l'uso di oli e burri acidi per la cura dei capelli. La complessa vita di corte dei castellani medioevali, conduceva spesso ad un uso più frequente di prodotti tipici che potevano soddisfare la vanità femminile e, anche se illustri nomi della letteratura italiana immortalano nelle loro opere l'esplicita condanna dei trucchi(Dante Alighieri, canto XV del paradiso), molte sono le trattazioni fatte nei testi dell'epocadella bellezza femminile e di consigli relativi all'utilizzo di prodotti per conservarla ed esaltarla. Tra i materiali citati per questi usi si trovano sostanze come l'antimonio, il nerofumo, la salvia, il limone, l'uovo e così via. Vengono anche riportate formulazioni laboriosissime e spesso anche nocive. Il prodotto base per la pulizia del viso e dell collo, era l'acqua di rose che arrivava in Europa dall'Oriente ed era stata introdotta in Italia dai crociati .Nello stesso periodo si diffuse la conoscenza per uso cosmetico e l'impiego di erbe indigene quali lavanda, salvia e rosmarino. Nel Medioevo si aveva l'abitudine di realizzare oggetti di ogni tipo con il legno del rosmarino da usare come talismano tra i quali i pettini che avrebbero impedito la calvizie. La morale cristiana imponeva costumi rigorosi che influirono anche sullo stile delle acconciature:gli uomini portavano capelli corti e tagliati in tondo, mentre le donne avvolgevano intorno al capo le bende per nascondere le chiome come ancor oggi fanno le suore di alcuni ordini monastici di origine medievale.

La cura dei capelli

In Italia, nel Medioevo,soprattutto per le donne, lavarsi i capelli era un’abitudine piuttosto diffusa ma talmente elaborata da richiedere, a volte, buona parte della giornata. Gli ingredienti per preparare gli “shampoo” dell’epoca, quasi tutti di origine naturale, ma non sempre, ci lasciano oggi alquanto perplessi, ma pare che allora avessero una certa efficacia Era frequente mescolare alle sostanze vegetali che di solito fungevano da “shampoo”, un po’ di zolfo, e anche frizionare il cuoio capelluto con acquavite e detergenti di vario tipo e provenienza. Le acconciature potevano variare a seconda della classe sociale e della personalità della persona che li portava; potevano essere arrotolate con imbottiture e retine per capelli, raccolti sulle tempie, oppure a modo corna, coperte da un velo; queste appena elencate sono tra le più elaborate. Una tra le più portate fu l’acconciatura a cono che era molto diffusa in Francia, ma ancora più elaborata era l’acconciatura a farfalla che consisteva in una struttura in filo di ferro colorato che rappresentava una farfalla coperta da un velo.

La moda è fatta per andare fuori moda (Coco Chanel)