DIVINA COMMEDIA
E' UN TESTO DIDATTICO-ALLEGORICO,SCRITTO TRA IL 1304 ED IL 1321,SI ARTICOLA IN 3 CANTICHE:INFERNO,PURGATORIO E PARADISO.OGNUNO DI QUESTI COMPOSTI DA 33 CANTI TRANNE L'INFERNO CHE NE PRESENTA 34,IL PRIMO CON FUNZIONE PROEMIALE
IL TITOLO
L'AGGETTIVO DIVINA VIENE USATO PER LA PRIMA VOLTA DA BOCCACCIO NELLA SUA BIOGRAFIA DANTESCA,MENTRE E' DANTE A DEFINIRE LA SUA OPERA,"comèdià"NELL'INFERNO ED DI POEMA SACRO E DI "sacrato poema"NEL PARADISO
IL VIAGGIO
DANTE RACCONTA IL SUO VIAGGIO COME SE LO AVESSE REALMENTE COMPIUTO.IL POETA COSTRUISCE UN SISTEMA TEOLOGICO-FILOSOFICO BASATO SULLA FILOSOFIA ARISTOTELICA E SULLE IDEE DI AVERROE'(FILOSOFO ARABO).E' NE VIENE FUORI UN UNIVERSO RAZIONALE E PROFONDAMENTE SPIRITUALE.
LA COSMOGONIA DELLA COMMEDIA
DIO E' IL MOTORE DELL'UNIVERSO,CON LA SUA FORZA D'AMORE MUOVE I 9 CIELI CON AL CENTRO LA TERRA.AL CENTRO DELLA TERRA VI E' LUCIFERO,IL RE DELL'INFERNO.
LUCIFERO
LUCIFERO ERA L'ANGELO PIU' BELLO DI DIO,MA SI ERA MACCHIATO DI SUPERBIA RIBELLANDOSI A DIO,IL QUALE DECISE DI CACCIARLO DAL PARADISO.LA SUA CADUTA SULLA TERRA CREO' UNA VORAGINE,SOTTO GERUSALEMME,CONTEMPORANEAMENTE NELL'EMISFERO AUSTRALE SI FORMO' UNA MONTAGNA(IL PURGATORIO),CON IN CIMA IL PARADISO.
CANTO I
Lo smarrimento e la paura del poeta sono grandi, ma sopraggiunge la vista confortante di un colle ricoperto, alla sua sommità, dai raggi del sole. L’immagine del colle simboleggia la felicità umana, raggiungibile attraverso le virtù morali e intellettuali, e distinta dalla felicità celeste raggiungibile solo attraverso la grazia divina. L’immagine del sole, associata alla prima, rimanda, invece, a Dio paragonato al sole in tutta la letteratura cristiana e , in particolar modo nella Commedia.
I 3 ANIMALI
Ma al cominciare del colle gli si fa avanti una lonza (un felino dal pelo maculato come la pantera o il leopardo) che gli impedisce il cammino e lo spinge indietro.Tuttavia l’ora del giorno e la stagione primaverile, inducono Dante a ben sperare di quella fiera.La speranza ben presto, però, svanisce davanti a un leone rabbioso e, soprattutto, davanti a una lupa magrissima..
I 3 PECCATI
L’immagine delle tre belve è spiegata,come simbolo dei tre peccati fondamentali dell’uomo(la superbia per il leone, l’avarizia per la lupa, la lussuria per la lonza).Quello che Dante ci ha voluto fin qui descrivere è, in sintesi, una condizione drammatica personale (di Dante in quanto singolo individuo) e universale (del suo tempo e di tutti gli uomini): l’impossibilità di una vita umana condotta secondo i principi del bene (il colle illuminato dal sole) a causa del prevalere del male (le tre belve).
VIRGILIO
A toglierlo da questa situazione drammatica interviene Virgilio: privo di voce per essere emerso da secoli di silenzio, e allegoricamente, come voce della ragione rimasta a lungo muta nell’uomo smarrito dal peccato. Virgilio si fa riconoscere da Dante e determina geograficamente e storicamente la sua figura.
UN ALTRO VIAGGIO
Virgilio lo avverte che deve percorrere un altro viaggio (“A te convien tenere altro viaggio”): in altri termini, il raggiungimento della felicità umana (il colle) non può essere ottenuto con le forze umane, ma solo attraverso un intervento divino che permetta a Dante il viaggio oltremondano (attraverso l’Inferno e il Purgatorio) e conseguentemente la conoscenza del peccato e la purificazione da esso.
LA PROFEZIA
Virgilio fa, comunque, una profezia confortante al suo discepolo. Verrà, infatti, un giorno, in cui il dominio della lupa sulla terra sarà contrastato da “un veltro… che la farà morir con doglia”), un cane da caccia, in cui pare doversi identificare la figura di un imperatore. Il “veltro” (imperatore) non aspirerà al dominio di terre e ricchezze (“ Questo non ciberà terra ne peltro”-lega metallica da intendere come denaro), ma aspirerà solo a valori divini (“ma sapienza, amore e virtute”), valori che indicano le tre persone della trinità: la sapienza il figlio; l’amore lo Spirito Santo; la virtute (la potenza) il Padre.
CANTO II
Dante si rivolge a Virgilio e gli esprime tutti i suoi dubbi sull’impresa che sta per affrontare. Ricorda che lo stesso Virgilio cantò di Enea, il quale fu protagonista di una discesa agli inferi quando era ancora vivo: egli però avrebbe contribuito alla fondazione di Roma, centro dell’impero romano e poi sede del Papato, quindi non è sorprendente che Dio gli abbia concesso un tale privilegio. Anche San Paolo compì un viaggio nel mondo ultraterreno,Ma Dante non è Enea, né San Paolo, quindi chi gli concede di intraprendere un viaggio simile? Egli ha dunque cambiato idea e vorrebbe recedere dal proposito che ha assunto con tanta sicurezza alla fine del canto precedente.
Il racconto di Virgilio
Virgilio risponde accusando Dante di viltà, rinfacciandogli di aver paura proprio come una bestia che si spaventa vedendo la propria ombra. Per convincerlo della necessità di compiere il viaggio, gli spiega chi lo ha inviato in suo soccorso: egli si trovava nel Limbo, tra le anime sospese, quando comparve a lui l’anima di una donna bellissima, dagli occhi lucenti come una stella e che parlava con voce soave, al punto che lui le chiese di comandargli cosa volesse. La donna si era rivolta a lui come al più grande poeta mai vissuto e gli aveva chiesto di soccorrere Dante, l’uomo che lei aveva amato in modo disinteressato: Dante era alle prese con le tre fiere e stava per tornare indietro dalla paura, quindi l’aiuto di Virgilio era quanto mai necessario. La donna si era presentata come Beatrice e aveva detto di provenire dal Paradiso.
Il racconto di Beatrice: le tre donne benedette
Virgilio racconta che aveva chiesto a Beatrice perché lei non temesse di scendere nell’Inferno, in mezzo alle anime dannate. La donna aveva risposto che, essendo beata, non doveva temere la miseria dei dannati perché non in grado di nuocerle. In Cielo la Vergine si era commossa all’idea che Dante corresse pericoli nella selva, quindi aveva incaricato santa Lucia di intervenire in suo favore. Lucia si era rivolta a Beatrice, che sedeva accanto allo scanno di Rachele, e le aveva spiegato che Dante, l’uomo da lei amato, lottava con la morte trascinato in basso dal peccato. Beatrice era stata allora rapida nel lasciare il Paradiso e nel venire a chiedere aiuto a Virgilio: aveva terminato il suo racconto piangendo, cosa che aveva spinto il poeta latino a correre nella selva per portare il suo soccorso a Dante.
CANTO III
Dante e Virgilio giungono di fronte alla porta dell'Inferno, su cui campeggia una scritta di colore scuro. Essa mette in guardia chi sta per entrare, ammonendo che tale porta durerà in eterno e che una volta varcata non c'è speranza di tornare indietro. Dante non ne afferra subito il senso e Virgilio lo ammonisce a sua volta a non aver paura e a prepararsi all'ingresso nell'Inferno, tra le anime dannate. Quindi il poeta latino prende amorevolmente Dante per mano e lo conduce attraverso la porta.
GLI IGNAVI
Una volta varcata la soglia, Dante sente un orribile miscuglio di urla, parole d'ira, strane lingue che lo spingono a piangere in quel luogo buio e oscuro. Dante chiede a Virgilio chi emetta quegli orribili suoni e il maestro spiega che sono gli ignavi, le anime di coloro che non si schierarono né dalla parte del bene né da quella del male e che ora risiedono nel Vestibolo dell'Inferno. Sono mescolate agli angeli che non si schierarono né con Dio né con Lucifero; le anime degli ignavi sono tanto misere che secondo Virgilio non sono degne di essere guardate da Dante troppo a lungo.
Dante vede che le anime corrono dietro un'insegna senza significato, che gira vorticosamente su se stessa. Formano una schiera infinita e tra esse Dante crede di riconoscere papa Celestino V, che per viltà rinunciò al soglio pontificio.
Il fiume Acheronte. Caronte
Poco dopo i due poeti giungono nei pressi di un grande fiume (l'Acheronte), sulla cui sponda sono accalcate le anime dannate. Dante prosegue senza aggiungere altro e poco dopo vede giungere Caronte, il traghettatore dei dannati, che rema verso di loro a bordo di una barca: è un vecchio dalla barba bianca, che grida minaccioso alle anime di essere venuto a prenderle per portarle all'Inferno, tra le pene eterne.
Caronte si rivolge poi a Dante e lo invita ad andarsere, essendo ancora vivo; aggiunge anche che Dante dopo la morte non andrà lì, bensì in Purgatorio. Il demone è zittito da Virgilio, che gli ricorda che il viaggio di Dante è voluto da Dio e lui non può opporsi.
I TERREMOTI ULTRATERRENI
Il Canto si chiude con una violenta scossa di terremoto, causato da un vento sotterraneo come riteneva la fisica medievale; insieme a una luce rossastra, la cui origine è sconosciuta, provoca lo svenimento di Dante che si risveglierà all'inizio del Canto seguente dall'altra parte dell'Acheronte, nel Limbo. Dante ricorre qui a un espediente narrativo per non dover descrivere il passaggio del fiume
FINE
italiano interrogazione
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DIVINA COMMEDIA
E' UN TESTO DIDATTICO-ALLEGORICO,SCRITTO TRA IL 1304 ED IL 1321,SI ARTICOLA IN 3 CANTICHE:INFERNO,PURGATORIO E PARADISO.OGNUNO DI QUESTI COMPOSTI DA 33 CANTI TRANNE L'INFERNO CHE NE PRESENTA 34,IL PRIMO CON FUNZIONE PROEMIALE
IL TITOLO
L'AGGETTIVO DIVINA VIENE USATO PER LA PRIMA VOLTA DA BOCCACCIO NELLA SUA BIOGRAFIA DANTESCA,MENTRE E' DANTE A DEFINIRE LA SUA OPERA,"comèdià"NELL'INFERNO ED DI POEMA SACRO E DI "sacrato poema"NEL PARADISO
IL VIAGGIO
DANTE RACCONTA IL SUO VIAGGIO COME SE LO AVESSE REALMENTE COMPIUTO.IL POETA COSTRUISCE UN SISTEMA TEOLOGICO-FILOSOFICO BASATO SULLA FILOSOFIA ARISTOTELICA E SULLE IDEE DI AVERROE'(FILOSOFO ARABO).E' NE VIENE FUORI UN UNIVERSO RAZIONALE E PROFONDAMENTE SPIRITUALE.
LA COSMOGONIA DELLA COMMEDIA
DIO E' IL MOTORE DELL'UNIVERSO,CON LA SUA FORZA D'AMORE MUOVE I 9 CIELI CON AL CENTRO LA TERRA.AL CENTRO DELLA TERRA VI E' LUCIFERO,IL RE DELL'INFERNO.
LUCIFERO
LUCIFERO ERA L'ANGELO PIU' BELLO DI DIO,MA SI ERA MACCHIATO DI SUPERBIA RIBELLANDOSI A DIO,IL QUALE DECISE DI CACCIARLO DAL PARADISO.LA SUA CADUTA SULLA TERRA CREO' UNA VORAGINE,SOTTO GERUSALEMME,CONTEMPORANEAMENTE NELL'EMISFERO AUSTRALE SI FORMO' UNA MONTAGNA(IL PURGATORIO),CON IN CIMA IL PARADISO.
CANTO I
Lo smarrimento e la paura del poeta sono grandi, ma sopraggiunge la vista confortante di un colle ricoperto, alla sua sommità, dai raggi del sole. L’immagine del colle simboleggia la felicità umana, raggiungibile attraverso le virtù morali e intellettuali, e distinta dalla felicità celeste raggiungibile solo attraverso la grazia divina. L’immagine del sole, associata alla prima, rimanda, invece, a Dio paragonato al sole in tutta la letteratura cristiana e , in particolar modo nella Commedia.
I 3 ANIMALI
Ma al cominciare del colle gli si fa avanti una lonza (un felino dal pelo maculato come la pantera o il leopardo) che gli impedisce il cammino e lo spinge indietro.Tuttavia l’ora del giorno e la stagione primaverile, inducono Dante a ben sperare di quella fiera.La speranza ben presto, però, svanisce davanti a un leone rabbioso e, soprattutto, davanti a una lupa magrissima..
I 3 PECCATI
L’immagine delle tre belve è spiegata,come simbolo dei tre peccati fondamentali dell’uomo(la superbia per il leone, l’avarizia per la lupa, la lussuria per la lonza).Quello che Dante ci ha voluto fin qui descrivere è, in sintesi, una condizione drammatica personale (di Dante in quanto singolo individuo) e universale (del suo tempo e di tutti gli uomini): l’impossibilità di una vita umana condotta secondo i principi del bene (il colle illuminato dal sole) a causa del prevalere del male (le tre belve).
VIRGILIO
A toglierlo da questa situazione drammatica interviene Virgilio: privo di voce per essere emerso da secoli di silenzio, e allegoricamente, come voce della ragione rimasta a lungo muta nell’uomo smarrito dal peccato. Virgilio si fa riconoscere da Dante e determina geograficamente e storicamente la sua figura.
UN ALTRO VIAGGIO
Virgilio lo avverte che deve percorrere un altro viaggio (“A te convien tenere altro viaggio”): in altri termini, il raggiungimento della felicità umana (il colle) non può essere ottenuto con le forze umane, ma solo attraverso un intervento divino che permetta a Dante il viaggio oltremondano (attraverso l’Inferno e il Purgatorio) e conseguentemente la conoscenza del peccato e la purificazione da esso.
LA PROFEZIA
Virgilio fa, comunque, una profezia confortante al suo discepolo. Verrà, infatti, un giorno, in cui il dominio della lupa sulla terra sarà contrastato da “un veltro… che la farà morir con doglia”), un cane da caccia, in cui pare doversi identificare la figura di un imperatore. Il “veltro” (imperatore) non aspirerà al dominio di terre e ricchezze (“ Questo non ciberà terra ne peltro”-lega metallica da intendere come denaro), ma aspirerà solo a valori divini (“ma sapienza, amore e virtute”), valori che indicano le tre persone della trinità: la sapienza il figlio; l’amore lo Spirito Santo; la virtute (la potenza) il Padre.
CANTO II
Dante si rivolge a Virgilio e gli esprime tutti i suoi dubbi sull’impresa che sta per affrontare. Ricorda che lo stesso Virgilio cantò di Enea, il quale fu protagonista di una discesa agli inferi quando era ancora vivo: egli però avrebbe contribuito alla fondazione di Roma, centro dell’impero romano e poi sede del Papato, quindi non è sorprendente che Dio gli abbia concesso un tale privilegio. Anche San Paolo compì un viaggio nel mondo ultraterreno,Ma Dante non è Enea, né San Paolo, quindi chi gli concede di intraprendere un viaggio simile? Egli ha dunque cambiato idea e vorrebbe recedere dal proposito che ha assunto con tanta sicurezza alla fine del canto precedente.
Il racconto di Virgilio
Virgilio risponde accusando Dante di viltà, rinfacciandogli di aver paura proprio come una bestia che si spaventa vedendo la propria ombra. Per convincerlo della necessità di compiere il viaggio, gli spiega chi lo ha inviato in suo soccorso: egli si trovava nel Limbo, tra le anime sospese, quando comparve a lui l’anima di una donna bellissima, dagli occhi lucenti come una stella e che parlava con voce soave, al punto che lui le chiese di comandargli cosa volesse. La donna si era rivolta a lui come al più grande poeta mai vissuto e gli aveva chiesto di soccorrere Dante, l’uomo che lei aveva amato in modo disinteressato: Dante era alle prese con le tre fiere e stava per tornare indietro dalla paura, quindi l’aiuto di Virgilio era quanto mai necessario. La donna si era presentata come Beatrice e aveva detto di provenire dal Paradiso.
Il racconto di Beatrice: le tre donne benedette
Virgilio racconta che aveva chiesto a Beatrice perché lei non temesse di scendere nell’Inferno, in mezzo alle anime dannate. La donna aveva risposto che, essendo beata, non doveva temere la miseria dei dannati perché non in grado di nuocerle. In Cielo la Vergine si era commossa all’idea che Dante corresse pericoli nella selva, quindi aveva incaricato santa Lucia di intervenire in suo favore. Lucia si era rivolta a Beatrice, che sedeva accanto allo scanno di Rachele, e le aveva spiegato che Dante, l’uomo da lei amato, lottava con la morte trascinato in basso dal peccato. Beatrice era stata allora rapida nel lasciare il Paradiso e nel venire a chiedere aiuto a Virgilio: aveva terminato il suo racconto piangendo, cosa che aveva spinto il poeta latino a correre nella selva per portare il suo soccorso a Dante.
CANTO III
Dante e Virgilio giungono di fronte alla porta dell'Inferno, su cui campeggia una scritta di colore scuro. Essa mette in guardia chi sta per entrare, ammonendo che tale porta durerà in eterno e che una volta varcata non c'è speranza di tornare indietro. Dante non ne afferra subito il senso e Virgilio lo ammonisce a sua volta a non aver paura e a prepararsi all'ingresso nell'Inferno, tra le anime dannate. Quindi il poeta latino prende amorevolmente Dante per mano e lo conduce attraverso la porta.
GLI IGNAVI
Una volta varcata la soglia, Dante sente un orribile miscuglio di urla, parole d'ira, strane lingue che lo spingono a piangere in quel luogo buio e oscuro. Dante chiede a Virgilio chi emetta quegli orribili suoni e il maestro spiega che sono gli ignavi, le anime di coloro che non si schierarono né dalla parte del bene né da quella del male e che ora risiedono nel Vestibolo dell'Inferno. Sono mescolate agli angeli che non si schierarono né con Dio né con Lucifero; le anime degli ignavi sono tanto misere che secondo Virgilio non sono degne di essere guardate da Dante troppo a lungo. Dante vede che le anime corrono dietro un'insegna senza significato, che gira vorticosamente su se stessa. Formano una schiera infinita e tra esse Dante crede di riconoscere papa Celestino V, che per viltà rinunciò al soglio pontificio.
Il fiume Acheronte. Caronte
Poco dopo i due poeti giungono nei pressi di un grande fiume (l'Acheronte), sulla cui sponda sono accalcate le anime dannate. Dante prosegue senza aggiungere altro e poco dopo vede giungere Caronte, il traghettatore dei dannati, che rema verso di loro a bordo di una barca: è un vecchio dalla barba bianca, che grida minaccioso alle anime di essere venuto a prenderle per portarle all'Inferno, tra le pene eterne. Caronte si rivolge poi a Dante e lo invita ad andarsere, essendo ancora vivo; aggiunge anche che Dante dopo la morte non andrà lì, bensì in Purgatorio. Il demone è zittito da Virgilio, che gli ricorda che il viaggio di Dante è voluto da Dio e lui non può opporsi.
I TERREMOTI ULTRATERRENI
Il Canto si chiude con una violenta scossa di terremoto, causato da un vento sotterraneo come riteneva la fisica medievale; insieme a una luce rossastra, la cui origine è sconosciuta, provoca lo svenimento di Dante che si risveglierà all'inizio del Canto seguente dall'altra parte dell'Acheronte, nel Limbo. Dante ricorre qui a un espediente narrativo per non dover descrivere il passaggio del fiume
FINE