il tempo
nell'arte contemporanea
"Il fondamento del mio lavoro, al quale ho dedicato la mia vita, è la registrazione di una progressione che documenta il tempo e la sua definizione […]; ho dipinto i numeri partendo dall’uno verso l’infinito"Roman Opałka (1931-2011)
5C - opere scelte e riflessionia.s. 2020-21
Simone D.F.
Il tempo, si sa, ha monopolizzato per decenni la ricerca psico-fisica dell’uomo, riuscendo quasi sempre ad uscirne vincitore e rimanendo ancora celato dietro alcune indefinibili caratteristiche. Da Einstein ai dinamismi del futurismo, tutti provavano a definire questa astratta entità nel loro specifico campo, ma nell’arte l’interpretazione ha reso il progresso di questo tema più farraginoso e, di conseguenza, più lento.
Un miscuglio, un intreccio confuso di dozzine di ingranaggi che, non a caso posizionati nell’encefalo, stanno ad indicare come l’unico tempo a cui dovremmo far fronte è quello che ci accompagna ogni giorno, quello contro cui combattiamo per riuscire a sfruttarlo a pieno, quello che a volte sembra sfuggirci inesorabilmente.
Spulciando nel web mi sono soffermato su quest’immagine, di certo non è stata l’unica capace di rapirmi, ma è stata quella che lo ha fatto con più decisione. Un capo, un testa, un volto costruito con gli ingranaggi, simbolo per eccellenza dell’orologio, a sua volta sinonimo di “colui che scandisce il tempo”. Un soggetto, senza genere, che è sottomesso al divenire, allo scorrere inesorabile del tempo, impotente di fronte all’avvenire perché incapace di modellarlo a proprio piacimento.
Così mi piace immaginarlo, un tempo che, almeno nell’arte, ci offra un’astratta possibilità di riuscire a renderlo eterno, desiderandone invano la longevità, ma richiedendone la densità per viverlo.
Stefano D.S.
L’opera che ho scelto è “Opalka 1965/1-∞” dell’artista contemporaneo Roman Opalka.
Forse è più corretto parlare di progetto che di opera, perchè infatti l’artista si impegna nel scrivere numeri (con il colore bianco) su delle tele, partendo dal numero 1 e continuando all’infinito; ma la parte che più, personalmente, da l’idea del tempo è la scelta del colore delle tele sulle quali Opalka scrive i numeri; infatti egli decide per ogni tela di diminuire dell’1% l’intensità del grigio che costituisce il fondo delle sue opere fino ad arrivare a un punto in cui il fondo è completamente bianco e di conseguenza i numeri non si vedono più.
Ciò mi dà l’idea del tempo, perché quando l’artista inizia a creare l’opera, il colore del fondo mette molto in risalto i numeri disegnati. Quindi per me è come se lui associasse l’inizio della vita all’inizio della numerazione, e il colore del fondo alla vivacità e alla gioia con la quale la vita stessa viene vissuta in questo determinato momento, sfruttando (come dice il video) ogni secondo. Poi più si va avanti e più si inizia a perdere tempo e a non dargli la giusta importanza, non sfruttandolo più con la stessa vivacità di quando si era piccoli. Di conseguenza quel colore, che inizialmente lo metteva molto in risalto, sbiadisce sempre di più, fino al punto in cui non siamo più capaci di leggere neanche 1 numero, descrivendo così il tragico momento in cui dimentichiamo dello scorrimento del tempo e della sua inestimabile importanza.
Sinceramente la mia è stata più una scelta istintiva, invece che ragionata. Non sono andato alla ricerca di opere d’arte che esprimono direttamente il concetto di Tempo, bensì di opere d’arte che richiamavano a me il concetto di Tempo.
Giuseppe D.M.
Come queste tre, del pittore Mark Kostabi. Il video che lei ci ha proposto ha definito il tempo Limitato. Mi ha inoltre colpito molto il paragone che ha fatto con il denaro. Difatti mi ha fatto comprendere come spesso sprechiamo il nostro tempo per poco e niente. Questa concezione che mi è balzata in mente, si è ripresentata alla vista del secondo dipinto. Nel quale è rappresentato un uomo incatenato ad uno sgabello mentre suona un piano, come se fosse forzato da qualcuno o da qualcosa a suonare, sprecando il suo tempo, e compiendo un’azione controvoglia, invece che con felicità.
Situazione contraria è invece negli altri due dipinti, dove l’azione è vissuta a pieno. Nel primo è sempre presente la musica, ma come si può ben notare lo stile è diverso. Infatti il personaggio che suona nel primo dipinto, pare felice e contento dell’azione che sta svolgendo, come se fosse appassionato allo strumento, e di conseguenza felice del tempo che sta passando.
Nel terzo dipinto invece ci sono due figure una femminile e una maschile, le quali stanno trascorrendo del tempo insieme, molto probabilmente per amore. Questa situazione già descritta nel video è la migliore, in questo momento nessuna delle due figure pare forzata all’azione, perciò il tempo che passa è solo sinonimo di felicità. Per concludere sono d’accordo con il video, il tempo è limitato e noi giovani dobbiamo imparare a viverlo tutto, con le cose che più ci piace fare.
Federico M.
“Montre molle au moment de sa première explosion” (Orologio morbido nel momento della sua prima
esplosione) è un’opera dell’esponente surrealista Salvador Dalì. Il tempo, l’entità più rigidamente scandita, quantificabile e nitidamente tangibile viene presentata come
qualcosa di assolutamente relativo: non è l’elemento in grado di definire la realtà, ma è la realtà stessa a governare il tempo, rendendolo soggetto a innumerevoli distorsioni. Così l’orologio, allegoria per eccellenza del
tempo, è raffigurato “molle”, deforme, privo dell’inflessibilità che lo caratterizza, e che caratterizza il tempo stesso. Questo, poi, viene raffigurato nella dinamicità di un esplosione, sottolineando come il tempo sia tutt'altro che inesorabile certo, ma
finito e parziale, quasi come l’essere umano. L’orologio (e il tempo) non sono forse mere invenzioni dell’essere umano? La necessità di scandire ogni secondo, ogni minuto, ogni ora, fino alle settimane, i mesi, gli anni… L’uomo quindi è intrappolato nel tempo e dipendente da esso:i frammenti dell’orologio, infatti, sembrano assumere forme quasi antropomorfe, e alcune ne diventano omologenee, senza riuscire a distaccarsi effettivamente da questo. Allo stesso modo, però il tempo è a sua volta in trappola, nelle concezioni e congetture dell’uomo.
E data la relatività del tempo, la sua finitezza, allora organizzare, e credere di poter scandire l’entità temporale, oltre che un grave errore, non è forse una perdita di tempo? Il tempo è brevissimo, e per viverlo bisognerebbe smettere di pensarlo, come se non esistesse, è così che si vivrebbe realmente: svincolati dall’incombenza di una fine sempre più vicina.
Federico P.
L’opera da me scelta è stata dipinta da Salvador Dalì, pittore di un’avanguardia storica che preferisco maggiormente, il Surrealismo. Questa corrente artistica si poneva l'obiettivo di completare la dissertazione di Sigmund Freud sull’inconscio, abbandonando la mera sfera filosofica ed estendendola all’arte figurativa. Dalì, davanti a un camembert, si pone la questione sulla relatività del tempo. La risposta alla domanda da lui posta “il tempo è soggettivo?” è data nella celebre tela, esposta a New York presso il Museum of Modern Art, “La persistenza della memoria”.
In primis, mi sento di specificare che il nome che Dalì gli diede fu “gli orologi molli”, mentre il nome di questa tela che tutti conosciamo è merito di un collezionista che donò il quadro al museo sopracitato. È importante far notare che, proprio in virtù della definizione di Einstein che riporta il video, Dalì inserisce ben quattro orologi, di cui tre misurano orari differenti mentre uno è chiuso ed invaso dalle formiche.
I tre orari vanno a precisare la nostra diversa concezione dello scorrimento ineluttabile del tempo di fronte ad un azione. L’orologio chiuso, a mio modesto parere è più importante, è un manifesto vero e proprio! Il Tempo è protetto dalle formiche (i nostri disturbatori) che tentano di rubare questa ricchezza. Un po’ ciò che ci dice Seneca nelle “epistulae ad lucilium” con i composti di rapio o come ci ricorda Orazio nella “satira del seccatore”. Come per i soldi, tutti noi ci inventiamo tanti modi per ottenerli e spenderli ma al minimo avviso di pericolo immediatamente proteggiamo il danaro anche il tempo è così. Proprio per questo ho scelto quest’opera che meglio si addice con il paragone proposto da Daniele Di Benedetti alla fine del video.
Emanuele F.
Viviamo in un mondo nel quale la forma processuale più evidente è quella della globalizzazione che, come per causazione meccanica, si estende in ogni ambito del nostro regime quotidiano. La globalizzazione del tempo interviene, o meglio è posta in essere, nel processo di monopolizzazione della vita relazionale, parimente a quando occorre la procrastinazione, per contratto o per sottile strategia, della maternità di chi non può, se vuole concordarsi ai ritmi ordinari, se vuole permanere nel gruppo dei vincenti, fermare la corsa alla valuta per seguire i tempi biologici. E ciò si esperisce sino all’età, sempre posticipata,
Questo è un quadro di Jacek Yerka. La vita, in quanto tale e non nella banale presenza, è scandita dalla dominazione e dall’idea di tempo partorita dall’uomo. Parliamo di idea di tempo poiché l’uomo sembra, anno dopo anno, assoggettarsi alle malattie dell’anima, consumare e dileguare persino il proprio tempo, fagocitare lo spirito e l’attimo con esso. Il tempo ha cessato di essere qualità, kairos, occasione, immediato, presente. E se non siamo presenti nel tempo, non siamo mai presenti a noi stessi: come possiamo credere di essere davvero liberi, padroni di noi stessi? Qual è dunque l’anelito che sembra progressivamente annichilirci e perseguitarci? Essere padroni di quanto ci dispropria della nostra forma: il tempo. In questo modo il tempo assume la sua sola valenza cronometrica, diviene un numero
della pensione, tappa che sancisce, nell’arida solitudine della globalizzazione, non un nuovo inizio e un nuovo ruolo sociale, ma la definitiva dipartita dal sistema globalizzato del produrre e l’ufficiale ingresso nel tempo sospeso dell’attesa.
complementare di un tempo consumabile che ritorna verso la vita quotidiana della società, a partire da questa produzione determinata come un tempo pseudociclico».
Purtroppo, tuttavia, l’uomo non ha più coraggio (o non ha più tempo) di interrogarsi sulla sua natura, ovvero sulla natura del tempo. Si tratta della stultitia mortalium, che già dai reconditi echi senecani è imputata all’uomo, una veste rovinosa che giace nell’eccesso, nella falsa contezza di controllare se stessi in ogni pulsione voluttuaria, dacchè si reputa l’uomo un dio complicante l’immortalità: tamquam semper victuri vivitis.
Questo avviene poiché siamo circonfusi di simboli eterni, il potere è eterno, la violenza è eterna, il soldo è eterno e ci manca l’assunzione di responsabilità nei riguardi del reale, nessuno più si sforza di comprendere che, in fondo, inter peritura vivimus, viviamo al cospetto della mortalità.
perde di significanza. Il tempo del mondo globalizzato è una frenesia dogmatica, appiattito sulla rigidità della forma standardizzata, che comprime la varietà dei ritmi sotto una scure obliqua che non
prevede, e non ammette, la salubre ricchezza della diversità. È un tempo avvilito che annulla la libertà dell’utilizzo sociale, diventa un susseguirsi arido e freddamente comune che, nell’ordine pressante che lo svilisce, rende rarefatti forme e usi delle micro realtà socio-geografiche.
Il tempo diventa produzione, ma quella sola che precorre il consumo, rendendo se stessi la propria merce. Il tempo è ora divenuto acquistabile «Il tempo della produzione, il tempo-merce, è un’accumulazione infinita di intervalli equivalenti. È l’astrazione del tempo irreversibile, in cui tutti i segmenti devono provare sul cronometro la loro sola uguaglianza quantitativa… È in questo dominio sociale del tempo-merce che “il tempo è tutto e l’uomo non è niente; egli è tutt’al più la carcassa del tempo”. È il tempo svalorizzato, l’inversione completa del tempo come campo di sviluppo umano». Scrive ancora Debort: «Il tempo generale del non-sviluppo umano esiste anche sotto l'aspetto
Camilla D.C.
Thank you!
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il tempo
nell'arte contemporanea
"Il fondamento del mio lavoro, al quale ho dedicato la mia vita, è la registrazione di una progressione che documenta il tempo e la sua definizione […]; ho dipinto i numeri partendo dall’uno verso l’infinito"Roman Opałka (1931-2011)
5C - opere scelte e riflessionia.s. 2020-21
Simone D.F.
Il tempo, si sa, ha monopolizzato per decenni la ricerca psico-fisica dell’uomo, riuscendo quasi sempre ad uscirne vincitore e rimanendo ancora celato dietro alcune indefinibili caratteristiche. Da Einstein ai dinamismi del futurismo, tutti provavano a definire questa astratta entità nel loro specifico campo, ma nell’arte l’interpretazione ha reso il progresso di questo tema più farraginoso e, di conseguenza, più lento.
Un miscuglio, un intreccio confuso di dozzine di ingranaggi che, non a caso posizionati nell’encefalo, stanno ad indicare come l’unico tempo a cui dovremmo far fronte è quello che ci accompagna ogni giorno, quello contro cui combattiamo per riuscire a sfruttarlo a pieno, quello che a volte sembra sfuggirci inesorabilmente.
Spulciando nel web mi sono soffermato su quest’immagine, di certo non è stata l’unica capace di rapirmi, ma è stata quella che lo ha fatto con più decisione. Un capo, un testa, un volto costruito con gli ingranaggi, simbolo per eccellenza dell’orologio, a sua volta sinonimo di “colui che scandisce il tempo”. Un soggetto, senza genere, che è sottomesso al divenire, allo scorrere inesorabile del tempo, impotente di fronte all’avvenire perché incapace di modellarlo a proprio piacimento.
Così mi piace immaginarlo, un tempo che, almeno nell’arte, ci offra un’astratta possibilità di riuscire a renderlo eterno, desiderandone invano la longevità, ma richiedendone la densità per viverlo.
Stefano D.S.
L’opera che ho scelto è “Opalka 1965/1-∞” dell’artista contemporaneo Roman Opalka. Forse è più corretto parlare di progetto che di opera, perchè infatti l’artista si impegna nel scrivere numeri (con il colore bianco) su delle tele, partendo dal numero 1 e continuando all’infinito; ma la parte che più, personalmente, da l’idea del tempo è la scelta del colore delle tele sulle quali Opalka scrive i numeri; infatti egli decide per ogni tela di diminuire dell’1% l’intensità del grigio che costituisce il fondo delle sue opere fino ad arrivare a un punto in cui il fondo è completamente bianco e di conseguenza i numeri non si vedono più.
Ciò mi dà l’idea del tempo, perché quando l’artista inizia a creare l’opera, il colore del fondo mette molto in risalto i numeri disegnati. Quindi per me è come se lui associasse l’inizio della vita all’inizio della numerazione, e il colore del fondo alla vivacità e alla gioia con la quale la vita stessa viene vissuta in questo determinato momento, sfruttando (come dice il video) ogni secondo. Poi più si va avanti e più si inizia a perdere tempo e a non dargli la giusta importanza, non sfruttandolo più con la stessa vivacità di quando si era piccoli. Di conseguenza quel colore, che inizialmente lo metteva molto in risalto, sbiadisce sempre di più, fino al punto in cui non siamo più capaci di leggere neanche 1 numero, descrivendo così il tragico momento in cui dimentichiamo dello scorrimento del tempo e della sua inestimabile importanza.
Sinceramente la mia è stata più una scelta istintiva, invece che ragionata. Non sono andato alla ricerca di opere d’arte che esprimono direttamente il concetto di Tempo, bensì di opere d’arte che richiamavano a me il concetto di Tempo.
Giuseppe D.M.
Come queste tre, del pittore Mark Kostabi. Il video che lei ci ha proposto ha definito il tempo Limitato. Mi ha inoltre colpito molto il paragone che ha fatto con il denaro. Difatti mi ha fatto comprendere come spesso sprechiamo il nostro tempo per poco e niente. Questa concezione che mi è balzata in mente, si è ripresentata alla vista del secondo dipinto. Nel quale è rappresentato un uomo incatenato ad uno sgabello mentre suona un piano, come se fosse forzato da qualcuno o da qualcosa a suonare, sprecando il suo tempo, e compiendo un’azione controvoglia, invece che con felicità.
Situazione contraria è invece negli altri due dipinti, dove l’azione è vissuta a pieno. Nel primo è sempre presente la musica, ma come si può ben notare lo stile è diverso. Infatti il personaggio che suona nel primo dipinto, pare felice e contento dell’azione che sta svolgendo, come se fosse appassionato allo strumento, e di conseguenza felice del tempo che sta passando.
Nel terzo dipinto invece ci sono due figure una femminile e una maschile, le quali stanno trascorrendo del tempo insieme, molto probabilmente per amore. Questa situazione già descritta nel video è la migliore, in questo momento nessuna delle due figure pare forzata all’azione, perciò il tempo che passa è solo sinonimo di felicità. Per concludere sono d’accordo con il video, il tempo è limitato e noi giovani dobbiamo imparare a viverlo tutto, con le cose che più ci piace fare.
Federico M.
“Montre molle au moment de sa première explosion” (Orologio morbido nel momento della sua prima esplosione) è un’opera dell’esponente surrealista Salvador Dalì. Il tempo, l’entità più rigidamente scandita, quantificabile e nitidamente tangibile viene presentata come qualcosa di assolutamente relativo: non è l’elemento in grado di definire la realtà, ma è la realtà stessa a governare il tempo, rendendolo soggetto a innumerevoli distorsioni. Così l’orologio, allegoria per eccellenza del tempo, è raffigurato “molle”, deforme, privo dell’inflessibilità che lo caratterizza, e che caratterizza il tempo stesso. Questo, poi, viene raffigurato nella dinamicità di un esplosione, sottolineando come il tempo sia tutt'altro che inesorabile certo, ma
finito e parziale, quasi come l’essere umano. L’orologio (e il tempo) non sono forse mere invenzioni dell’essere umano? La necessità di scandire ogni secondo, ogni minuto, ogni ora, fino alle settimane, i mesi, gli anni… L’uomo quindi è intrappolato nel tempo e dipendente da esso:i frammenti dell’orologio, infatti, sembrano assumere forme quasi antropomorfe, e alcune ne diventano omologenee, senza riuscire a distaccarsi effettivamente da questo. Allo stesso modo, però il tempo è a sua volta in trappola, nelle concezioni e congetture dell’uomo.
E data la relatività del tempo, la sua finitezza, allora organizzare, e credere di poter scandire l’entità temporale, oltre che un grave errore, non è forse una perdita di tempo? Il tempo è brevissimo, e per viverlo bisognerebbe smettere di pensarlo, come se non esistesse, è così che si vivrebbe realmente: svincolati dall’incombenza di una fine sempre più vicina.
Federico P.
L’opera da me scelta è stata dipinta da Salvador Dalì, pittore di un’avanguardia storica che preferisco maggiormente, il Surrealismo. Questa corrente artistica si poneva l'obiettivo di completare la dissertazione di Sigmund Freud sull’inconscio, abbandonando la mera sfera filosofica ed estendendola all’arte figurativa. Dalì, davanti a un camembert, si pone la questione sulla relatività del tempo. La risposta alla domanda da lui posta “il tempo è soggettivo?” è data nella celebre tela, esposta a New York presso il Museum of Modern Art, “La persistenza della memoria”.
In primis, mi sento di specificare che il nome che Dalì gli diede fu “gli orologi molli”, mentre il nome di questa tela che tutti conosciamo è merito di un collezionista che donò il quadro al museo sopracitato. È importante far notare che, proprio in virtù della definizione di Einstein che riporta il video, Dalì inserisce ben quattro orologi, di cui tre misurano orari differenti mentre uno è chiuso ed invaso dalle formiche.
I tre orari vanno a precisare la nostra diversa concezione dello scorrimento ineluttabile del tempo di fronte ad un azione. L’orologio chiuso, a mio modesto parere è più importante, è un manifesto vero e proprio! Il Tempo è protetto dalle formiche (i nostri disturbatori) che tentano di rubare questa ricchezza. Un po’ ciò che ci dice Seneca nelle “epistulae ad lucilium” con i composti di rapio o come ci ricorda Orazio nella “satira del seccatore”. Come per i soldi, tutti noi ci inventiamo tanti modi per ottenerli e spenderli ma al minimo avviso di pericolo immediatamente proteggiamo il danaro anche il tempo è così. Proprio per questo ho scelto quest’opera che meglio si addice con il paragone proposto da Daniele Di Benedetti alla fine del video.
Emanuele F.
Viviamo in un mondo nel quale la forma processuale più evidente è quella della globalizzazione che, come per causazione meccanica, si estende in ogni ambito del nostro regime quotidiano. La globalizzazione del tempo interviene, o meglio è posta in essere, nel processo di monopolizzazione della vita relazionale, parimente a quando occorre la procrastinazione, per contratto o per sottile strategia, della maternità di chi non può, se vuole concordarsi ai ritmi ordinari, se vuole permanere nel gruppo dei vincenti, fermare la corsa alla valuta per seguire i tempi biologici. E ciò si esperisce sino all’età, sempre posticipata,
Questo è un quadro di Jacek Yerka. La vita, in quanto tale e non nella banale presenza, è scandita dalla dominazione e dall’idea di tempo partorita dall’uomo. Parliamo di idea di tempo poiché l’uomo sembra, anno dopo anno, assoggettarsi alle malattie dell’anima, consumare e dileguare persino il proprio tempo, fagocitare lo spirito e l’attimo con esso. Il tempo ha cessato di essere qualità, kairos, occasione, immediato, presente. E se non siamo presenti nel tempo, non siamo mai presenti a noi stessi: come possiamo credere di essere davvero liberi, padroni di noi stessi? Qual è dunque l’anelito che sembra progressivamente annichilirci e perseguitarci? Essere padroni di quanto ci dispropria della nostra forma: il tempo. In questo modo il tempo assume la sua sola valenza cronometrica, diviene un numero
della pensione, tappa che sancisce, nell’arida solitudine della globalizzazione, non un nuovo inizio e un nuovo ruolo sociale, ma la definitiva dipartita dal sistema globalizzato del produrre e l’ufficiale ingresso nel tempo sospeso dell’attesa.
complementare di un tempo consumabile che ritorna verso la vita quotidiana della società, a partire da questa produzione determinata come un tempo pseudociclico». Purtroppo, tuttavia, l’uomo non ha più coraggio (o non ha più tempo) di interrogarsi sulla sua natura, ovvero sulla natura del tempo. Si tratta della stultitia mortalium, che già dai reconditi echi senecani è imputata all’uomo, una veste rovinosa che giace nell’eccesso, nella falsa contezza di controllare se stessi in ogni pulsione voluttuaria, dacchè si reputa l’uomo un dio complicante l’immortalità: tamquam semper victuri vivitis. Questo avviene poiché siamo circonfusi di simboli eterni, il potere è eterno, la violenza è eterna, il soldo è eterno e ci manca l’assunzione di responsabilità nei riguardi del reale, nessuno più si sforza di comprendere che, in fondo, inter peritura vivimus, viviamo al cospetto della mortalità.
perde di significanza. Il tempo del mondo globalizzato è una frenesia dogmatica, appiattito sulla rigidità della forma standardizzata, che comprime la varietà dei ritmi sotto una scure obliqua che non prevede, e non ammette, la salubre ricchezza della diversità. È un tempo avvilito che annulla la libertà dell’utilizzo sociale, diventa un susseguirsi arido e freddamente comune che, nell’ordine pressante che lo svilisce, rende rarefatti forme e usi delle micro realtà socio-geografiche.
Il tempo diventa produzione, ma quella sola che precorre il consumo, rendendo se stessi la propria merce. Il tempo è ora divenuto acquistabile «Il tempo della produzione, il tempo-merce, è un’accumulazione infinita di intervalli equivalenti. È l’astrazione del tempo irreversibile, in cui tutti i segmenti devono provare sul cronometro la loro sola uguaglianza quantitativa… È in questo dominio sociale del tempo-merce che “il tempo è tutto e l’uomo non è niente; egli è tutt’al più la carcassa del tempo”. È il tempo svalorizzato, l’inversione completa del tempo come campo di sviluppo umano». Scrive ancora Debort: «Il tempo generale del non-sviluppo umano esiste anche sotto l'aspetto
Camilla D.C.
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