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Matteo Berrettini

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Created on January 10, 2020

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Il talento è nullo senza una discreta preparazione mentale e fisica. Vincenzo Santopadre ci svela il percorso del tennista italiano più forte degli ultimi anni: dalla sua gioventù ad oggi, con un sogno nel cuore. Quello di scalare ulteriormente le classifiche.

Il sogno

Il turning point

Allenare il campione

Il 2020

Durante i tornei

Il riposo

Il talento è nullo senza una discreta preparazione mentale e fisica. Vincenzo Santopadre ci svela il percorso del tennista italiano più forte degli ultimi anni: dalla sua gioventù ad oggi, con un sogno nel cuore. Quello di scalare ulteriormente le classifiche.

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Durante i tornei

Il turning point

Dal 2018 al 2019 la solidità di Matteo in campo è cambiata: quando hai capito che avrebbe potuto competere con i migliori del mondo? Qual è stato il turning point della sua carriera? In realtà il turning point è stato quando lui ha deciso di voler fare il giocatore di tennis professionista e quindi anch’io mi sono adattato alle sue esigenze, come secondo me va fatto quando c’è un sincero rapporto tra giocatore e allenatore. Credo che avesse più o meno 17 anni quando Matteo ha scelto d’imparare a fare questo mestiere. Dal mio punto di vista quello che ho cercato di fare è stato allungare quel tempo per farlo rendere conto della decisione e del percorso che stava per intraprendere. Tutto questo perché volevo fargli capire in maniera ancora più consapevole della sua decisione. È ovvio che secondo me in lui c’erano già delle qualità e delle capacità che non erano quelle di saper solo colpire discretamente il servizio piuttosto che il dritto. Poi è vero che nell’ultimo anno ha fatto dei progressi davvero notevoli a livello generale: è migliorato fisicamente, è migliorato nei colpi d’inizio gioco. C’è stato un processo di miglioramento elevato. L’ultimo anno è stato davvero incredibile, però è un percorso che è partito da lontano e negli ultimi 2-3 anni c’è stata un’impennata notevole a livello di intensità, aggressività, competenze e capacità a 360°.

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Il sogno

Dopo aver chiuso la stagione in ottava posizione, Matteo è uno dei giocatori italiani più forti di sempre. Davanti a lui in classifica ci sono Nadal, Djokovic, Federer, Thiem, Medvedev, Tsitsipas e Zverev. Si può sognare di salire ancora? Secondo me si deve continuare a sognare e credere in quello che vuole fare. Diciamo che più che un sogno adesso è diventato tutto più realistico, sebbene un po’ tutti, Matteo per primo, ancora dobbiamo renderci conto e prendere coscienza che stiamo facendo qualcosa di eccezionale. Quindi, secondo me, bisogna essere contenti dei risultati ottenuti fino a qui, però con l’ambizione e lo stimolo di fare ancora meglio. È vero, ci sono dei mostri sacri davanti però io penso anche che, se tu sei lì, vuol dire che te lo sei guadagnato e te lo meriti. I numeri non smentiscono mai. Matteo al momento vale quello che è. Lui oggi è il numero 8 del mondo. L’obiettivo è quello di salire ancora, sapendo benissimo che ha già fatto qualcosa di grandioso. Se invece in questa stagione dovesse finire dietro, non sarebbe una sconfitta. Poi dipenderebbe anche da tante cose. È ovvio, però, che il sogno è quello di continuare a salire. Questo è doveroso.

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Passando al lato coach: come si allena un giocatore di questo calibro? Qual è la parte più difficile e quale la più facile? Di certo bisogna essere attentissimi, a 360 gradi, nel monitorare tanti aspetti e mantenere saldi quelli che sono stati i valori che ti hanno portato fino a qui perché sono quelli che ti aiutano poi a essere forte nei momenti di difficoltà. Così come un tennista deve avere nelle sue corde una capacità di adattamento - non solo in campo ma anche fuori dal campo - anche l’allenatore deve essere in grado di adattarsi e capire quali siano i margini e i miglioramenti su cui il giocatore deve allenarsi, anche in termini di esigenze e necessità dell’atleta stesso. Questo discorso bisogna poi estenderlo a tutto il team che segue il giocatore, poiché nel corso degli anni si è consolidato e allargato ulteriormente. Il tutto con l’obiettivo di proteggerlo in ogni singolo torneo, anche perché lui è arrivato in top position in fretta e furia, quindi dobbiamo essere in grado di adattarci ad ogni cambiamento come ha fatto lui. Non ci dobbiamo dimenticare che Matteo è un ragazzo, per quanto maturo, ancora molto giovane, mentre noi del team, che siamo un po’ più ‘vecchi’, abbiamo un bagaglio d’esperienze più ampio e possiamo proteggerlo da eventuali rischi o situazioni già vissute in precedenza.

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Durante i tornei

Durante i tornei

Per un top-10 come Matteo il calendario è fitto di impegni. Spesso capita di saltare da un torneo all'altro senza mai riposare. Come viene studiato un piano di allenamento in questi casi? In realtà bisogna essere bravi a portare avanti un po’ di lavoro, per quanto possibile, che si è programmato anche durante i tornei. Questo si rende necessario quando, spesso e volentieri, Matteo si trova di fronte ad una preparazione breve a causa dei numerosi impegni. Quindi non c’è stato tempo per solidificare alcuni aspetti del suo gioco. Perciò bisogna ritagliarsi dei piccoli spazi per portare avanti determinati programmi di lavoro. Ovvio che quando sei in gara e quando salti da un torneo all’altro, il tutto diventa più complicato. Ma le regole del gioco sono uguali per ogni atleta, quindi, ancora una volta, bisogna essere bravi ad adattarsi e portare avanti il tuo programma giorno per giorno, anche poco per volta. Questo è fondamentale, secondo me.

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Dopo una stagione così logorante quanto è importante l'off-season? Ljubicic ha detto che per Federer equivale ad altri periodi di pausa dell'anno, è lo stesso per Matteo o il lavoro viene impostato in modo molto diverso? Anche qui bisogna essere bravi a lavorare. Matteo nel 2019 ha portato a termine una stagione intensa e lunghissima, più lunga rispetto a tutte le altre affrontate. Ha finito tardissimo: per fare un paragone, nel 2018 aveva finito la sua stagione ad ottobre a Mosca, mentre quest’anno ha finito, un po’ in riserva, ma ha messo tutto quello che aveva sia nelle ATP Finals di Londra che in Coppa Davis. Quello che ha fatto successivamente sono state 2 settimane di stacco totale dal gioco e poi abbiamo ripreso a lavorare. Bisognerà essere ancora più bravi d’ora in avanti a programmarsi con i tornei, perché delle piccole pause ci vogliono, fanno parte di tutto quello che è una gestione complessiva delle proprie energie. Ritagliarsi dei giorni di recupero, dei periodi di stacco, anche minimi, dai tornei penso sia necessario.

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Il 2020

Lasciando da parte gli obiettivi in termini di punti, classifica e vittoria dei tornei, cosa speri che il 2020 possa portare al Matteo Berrettini uomo e tennista? Io mi auguro che Matteo possa continuare a crescere sul percorso che ha già intrapreso da tempo e che va di pari passo con l’aspetto sia professionale che umano. Credo che il binario sia lo stesso e mi auguro che lui possa acquisire maggiore esperienza, capacità e qualità che lo hanno già accompagnato e aiutato ad arrivare fino a questi livelli. Sicuramente c’è da rinsaldare alcune cose e questo lo puoi fare solo continuando ad allenare le tue qualità, sia umane che tecniche, che alla fine sono quelle che porti in campo.

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